di Gianni Baget Bozzo
Quando celebriamo la caduta del Muro di Berlino celebriamo la più grande vittoria della libertà e la fine della possibilità dell'olocausto nucleare nel mondo. Se il sistema sovietico non fosse caduto, i rischi della mutua assicurata distruzione sarebbero aumentati con il tempo.
Ciò che è nato dalla fine del comunismo non è certamente un mondo perfetto. La traccia del comunismo è rimasta in tutti i paesi che l'hanno conosciuto e soprattutto in Russia, dove esso aveva distrutto le basi di una società civile autonoma e quindi le regole che garantissero il funzionamento della società in base al consenso della quotidianità e non per esercizio del potere e della burocrazia. Il popolo russo ha sofferto il comunismo pagandolo con milioni di morti. Ma ha dovuto sopportare anche il caos economico e sociale che è nato da «settant'anni di marcia verso il nulla», come recitava in quei giorni un manifesto a Leningrado. I comunisti divennero capitalisti, si appropriarono delle istituzioni economiche che gestivano le incalcolabili risorse della terra russa, mentre la sicurezza della vita cittadina cadeva molto in basso. Dobbiamo a Boris Eltsin la cancellazione in Russia del partito sovietico, ma ciò fu pagato con l'incertezza sui criteri che governavano la vita comune. Un sistema regolato dalla pianificazione e dall'integrazione per via burocratica, si disfaceva in pezzi autonomi, ciascuno alla ricerca del proprio spazio e della propria direzione.
Quello che resse la Russia allora fu il suo sentimento di popolo imperiale più che di nazione, di una vocazione russa a esistere, a essere Russia. Riapparvero i segni della storia pre-comunista e il segno più appariscente fu la ricomparsa della Chiesa ortodossa, l'unico vincolo che in qualche modo era rimasto con la Russia pre-comunista.
Si può guardare al passato e fare il bilancio della storia del comunismo russo: un tentativo unico di cambiare a un tempo la natura e la storia umana con regole partorite dalla sola ragione astratta. L'Unione Sovietica fu la perfetta realizzazione del razionalismo moderno, del suo progetto di costruire un mondo dedotto dalla razionalità della mente, che pensava di organizzare la società perfetta, in cui la dimensione personale dell'uomo coincideva con la sua integrazione sociale, in cui la società era tutto e la persona niente. Tuttavia, la scelta del pensiero occidentale fu quella di dimenticare invece che considerare l'immensa violenza perpetrata dall'uomo sull'uomo in nome di una giustizia interamente dedotta dal razionale e non indotta dal reale, come se l'uomo fosse solo pensiero astratto.
martedì 10 novembre 2009
ABORTO: errori fatali sulla RU486
Da CR :


Il 19 di ottobre il Consiglio di Amministrazione dell’Aifa ha dato il via libera alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della determina dell’autorizzazione all’introduzione in commercio della pillola RU486. La pubblicazione della determina è prevista entro il 19 di novembre.
La decisione era nell’aria, visto che un resoconto tecnico-scientifico, redatto dalla casa farmaceutica Exelgyn produttrice del Mifepristone, rivela che la RU486, se usata in modo corretto e nelle dosi indicate, non uccide nessuno (sic!).
Certamente tale resoconto tecnico-scientifico desta più di un sospetto e lascia aperti molti interrogativi, pur tuttavia la strategia messa in campo dalla gran parte degli esponenti cattolici e pro vita si è rivelata perdente, trasformandosi anzi in un clamoroso autogol. L’aver puntato quasi esclusivamente sulla pericolosità del farmaco per la salute della donna, lasciando fuori dal dibattito politico e mediatico il bambino, la vera ed unica vittima certa dell’aborto sia esso chirurgico o farmacologico, significa ora doversi arrendere al “nemico” e senza condizioni.
L’unico “successo” che verrà probabilmente raggiunto riguarda il rispetto della legge 194 che non contempla l’aborto a domicilio, come ribadisce in una nota il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella. Già nel comunicato del 30 luglio scorso l’Aifa spiegava che «deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall’art. 8 della Legge n. 194, dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza, quindi in regime di ricovero ordinario». Come mettere in atto tale determinazione, visti i costi elevatissimi che comporta il ricovero ospedaliero fino al momento dell’espulsione e vista l’impossibilità di obbligare la donna al ricovero, non è dato sapere. Comunque, sarà difficile se non impossibile, un improvviso cambiamento di strategia che possa portare ad una inversione di tendenza. Una volta data per certa l’assoluta non nocività (per la donna) della pillola abortiva ed il rispetto almeno formale dei criteri stabiliti dall’intoccabile Legge 194, c’è da scommettere che le parti avverse ben volentieri smetteranno di fronteggiarsi.
UE: l’Europa e il crocefisso, la cristianofobia al potere

Riporto un articolo del prof. Massimo Introvigne, apparso sul sito http://www.cesnur.org/.
Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l’allarme su una montante “cristiano fobia”, che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli.
L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti “nuovi diritti”: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come “omofobia”, le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.
La sentenza Lautsi c. Italie del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di “nuovi diritti” che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico».
Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le “toghe rosse” italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti “stranieri” dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.
lunedì 13 aprile 2009
Benedetto XVI: la risurrezione di Gesù non è una teoria

"Non è un mito né un sogno, non è una visione né un'utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazaret, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba.
Se Cristo non fosse risorto, il 'vuoto' sarebbe destinato ad avere il sopravvento.
Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c'è scampo per l'uomo e ogni sua speranza rimane un'illusione".
Con la resurrezione di Cristo, non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio".
Con la resurrezione di Cristo, non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio".
sabato 7 marzo 2009
L'altra faccia di Carlo Marx - Was Karl Marx a satanist?

Vi segnalo per puro diletto uno dei libri che a breve leggerò, L'altra faccia di Carlo Marx di Richard Wurmbrand, nel frattempo qualche informazione non proprio celebrativa di Moses Kiessel Mordechai Levi (cioè Marx) :
del dott. Luigi Villacon la collaborazione del dott. Franco Adessa
Carlo Marx: il cui vero nome era Kiessel Mordechai, fu iniziato alla "Loggia Apollo" di Colonia i. Il suo "Manifesto Comunista" non è altro che la codificazione del programma e dei principii rivoluzionari che aveva stabiliti, settant’anni prima, il fondatore degli Illuminati di Baviera, Adam Weisshaupt.
Carlo Marx, nel periodo della stesura del Manifesto Comunista, apparteneva alla Lega degli Uomini Giusti, un gruppo misterioso che non era altro che un succedaneo dell’Ordine degli Illuminati di Baviera, costretti a ritirarsi nella clandestinità dopo esser stati smascherati dalla polizia bavarese, nel 1786.
Nell’Enciclopedia ebraica si legge che Mazzini e Marx furono incaricati di preparare l’indirizzo e la costituzione della "Prima Internazionale" (Comunista).
Nel 1847, gli "Illuminati inglesi" affidarono a Marx ed Engels il compito di rielaborare i princìpi della sètta in forma nuova e "scientifica", mentre i finanziamenti necessari per la pubblicazione del "Manifesto Comunista" provennero da Clinton Roosevelt e Horace Greely, entrambi membri della "Loggia Columbia", fondata, a New York, dagli Illuminati di Baviera.
Giuseppe Mazzini: fu iniziato alla "Carboneria" tra il 1827 e il 1829. Nel 1864, il Grand e Oriente di Palermo gli accordò il 33° grado. Il 3 giugno 1868 fu proclamato "Venerabile" perpetuo, ad honorem, nella Loggia "Lincoln" di Lodi, e lo si propose per la carica di Gran Maestro. Il 24 luglio 1868 fu nominato membro onorario della Loggia "La Stella d’Italia" di Genova, e il 1°ottobre 1870, della Loggia "La Ragione", dello stesso Oriente.
Ora, siccome i "Carbonari" appartenevano agli "Illuminati di Baviera", lo stesso vale per Mazzini vi, il quale apparteneva ai vertici della Massoneria, così da divenire il Capo d’Azione politica, succeduto al Nubius, già Capo dell’"Alta Vendita": una Istituzione facente parte dell’Ordine degli Illuminati di Baviera, e che aveva il compito di formulare la strategia da adottare per l’annientamento della Chiesa cattolica.
A prova di questa enorme potenza di Mazzini, si leggano queste sue righe che troviamo in una sua lettera ad Albert Pike, Sovrano Pontefice della Massoneria Universale: «La prima Guerra Mondiale - scrive Mazzini - (dovrà servire) per consentire agli Illuminati di abbattere il potere degli zar in Russia e trasformare questo paese nella fortezza del comunismo ateo (che dovrà essere utilizzato) per distruggere altri Governi e indebolire le religioni».
A questo punto, non può sfuggire l’aggancio del comunismo - e, quindi, anche di quello italiano! - alla Massoneria, che l’ha voluto, l’ha ideato e, con l’Ordine degli Illuminati di Baviera, durante gli anni della Rivoluzione francese, ha tentato di portare a termine le sue finalità sataniche.
Giova ricordare qui che non solo Massimiliano Robespierre ix ma quasi tutti i capi della Rivoluzione francese erano massoni, appartenenti alla sètta satanica degli Illuminati di Baviera. Erano, infatti, membri della sètta anche il duca di Orleans, il Necker, La Fayette, Barnave, il duca di Rochefoucault, Mirabeau, Payne, Fauchet x, Clootz e Talleyrand xi; praticamente lo "Stato Maggiore" della Rivoluzione!
Riporto infine una frase dello scrittore politico spagnolo Juan Francisco María Donoso Cortés "il socialismo è forte perché è una teologia, ed è distruttore perché la sua è una teologia satanica".
giovedì 5 marzo 2009
L'Iran prende a sberle Obama

Khamenei: “Anche il nuovo presidente dell’America, arrivato al potere con slogan che promettevano il cambiamento delle politiche di Bush, sta difendendo il terrorismo di Stato parlando di impegno incondizionato per la difesa di Israele. Un altro grande errore è dire che l’unico modo per salvare il popolo palestinese è attraverso il negoziato. Ma negoziati con chi? Con un regime occupante e tiranno, che non crede in nessun altro valore che la forza? O negoziati con l'America e la Gran Bretagna che hanno commesso un crimine odioso creando e appoggiando questo tumore canceroso...?. L'unico modo per salvare i palestinesi è rimanere fermi e resistere. L’Olocausto è stato utilizzato per usurpare la terra dei palestinesi; l’Occidente e Israele mostrano la loro debolezza quando non consentono a nessuno di mettere in dubbio la Shoah”.
L'inverno demografico e il futuro dell’Europa
Il 4 marzo si è svolta, presso il Parlamento europeo a Bruxelles, una Conferenza dal titolo “Inverno demografico e il futuro dell’Europa”, organizzata dal Gruppo Del Partito Popolare Europeo (PPE) e dell’ELFAC - European Large Families Confederation (Confederazione di associazioni delle famiglie numerose europee).
Nel corso della Conferenza svoltasi mercoledì scorso, è stato presentato un documentario, che, per esplicita dichiarazione degli stessi organizzatori, ha l’obiettivo di sollecitare i Parlamentari europei affinche “prendano coscienza della gravità del problema (meno due milioni di nuove nascite all’anno tra i Paesi dell’Europa dei 27!) e siano più incisivi verso quei paesi, come l’Italia, che tardano a prendere misure serie per contrastare la bassissima natalità e continuano ad attuare politiche fiscali e tributarie che colpiscono duramente proprio le famiglie che hanno messo al mondo più figli”.
Il documentario sintetizza efficacemente i rischi dell’Europa a causa del crollo verticale della natalita - 50% in 50 anni -, che ha determinato “l’inverno demografico” del continente, ulteriormente aggravato dall’aumento dell’attesa di vita. Conseguenza di ciò potrebbe essere il peggioramento della già grave crisi economico-finanziaria attuale, sino al collasso economico. Ad esempio, un piccolo Paese come la Lettonia vede a rischio la propria sopravvivenza.
A partire dagli anni 70, quando si temeva la “bomba demografica”, sono cessate del tutto le già scarse politiche familiari e di promozione della natalità, sino al dramma odierno, di cui le prime vittime sono le famiglie numerose. Il documentario afferma che condizione essenziale per la ripresa e lo sviluppo è il rilancio della natalità, per tornare all’attivo del saldo demografico, e quindi condizione indispensabile è il rilancio di una sera politica a favore della famiglia.
Nel corso della Conferenza svoltasi mercoledì scorso, è stato presentato un documentario, che, per esplicita dichiarazione degli stessi organizzatori, ha l’obiettivo di sollecitare i Parlamentari europei affinche “prendano coscienza della gravità del problema (meno due milioni di nuove nascite all’anno tra i Paesi dell’Europa dei 27!) e siano più incisivi verso quei paesi, come l’Italia, che tardano a prendere misure serie per contrastare la bassissima natalità e continuano ad attuare politiche fiscali e tributarie che colpiscono duramente proprio le famiglie che hanno messo al mondo più figli”.
Il documentario sintetizza efficacemente i rischi dell’Europa a causa del crollo verticale della natalita - 50% in 50 anni -, che ha determinato “l’inverno demografico” del continente, ulteriormente aggravato dall’aumento dell’attesa di vita. Conseguenza di ciò potrebbe essere il peggioramento della già grave crisi economico-finanziaria attuale, sino al collasso economico. Ad esempio, un piccolo Paese come la Lettonia vede a rischio la propria sopravvivenza.
A partire dagli anni 70, quando si temeva la “bomba demografica”, sono cessate del tutto le già scarse politiche familiari e di promozione della natalità, sino al dramma odierno, di cui le prime vittime sono le famiglie numerose. Il documentario afferma che condizione essenziale per la ripresa e lo sviluppo è il rilancio della natalità, per tornare all’attivo del saldo demografico, e quindi condizione indispensabile è il rilancio di una sera politica a favore della famiglia.
USA: lo Stato di Washington legalizzerà il suicidio assistito
Quello di Washington diventa così il secondo Stato nordamericano, dopo l'Oregon, a legalizzare questa pratica, che “permette ai pazienti con un'aspettativa di vita diagnosticata inferiore a sei mesi che venga prescritta loro una dose letale di farmaci”.
La legge è stata approvata con referendum popolare il 4 novembre scorso e richiede che il paziente sia maggiorenne, in possesso delle sue facoltà mentali e residente nello Stato.
La legge è stata approvata con referendum popolare il 4 novembre scorso e richiede che il paziente sia maggiorenne, in possesso delle sue facoltà mentali e residente nello Stato.
sabato 31 gennaio 2009
Quanto costerà agli americani l’Obamanomics ambientale?
Il piano di rilancio dell’economia americana sarà verde. Il nuovo presidente Barack Hussein Obama, lo ha annunciato a chiare lettere: raddoppiare le fonti rinnovabili in 3 anni, lanciare il più grande piano di restauro di edifici pubblici, scolastici e abitativi per renderli compatibili con i nuovi criteri di risparmio energetico, spingere l’industria automobilistica a produrre auto ecologiche, finanziare la ricerca sullo sviluppo sostenibile.....
Ma tutto questo si era già visto e non aveva lasciato un bel ricordo agli americani. Come spiega Michael Lynch, ricercatore del Mit e presidente dello Strategic Energy and Economic Research (il cui studio è stato pubblicato mercoledì dall’Istituto Bruno Leoni), il presidente Jimmy Carter aveva dettato un’agenda di politica energetica molto simile. Nella seconda metà degli anni ’70, gli ecologisti avevano paura di un raffreddamento globale, mentre oggi va di moda la teoria del riscaldamento globale. Anche allora i Paesi arabi produttori di petrolio mantenevano alti i prezzi: all’insediamento di Carter erano passati appena due anni dallo “sciopero” dell’Opec. Si parlava, anche allora, di irreversibilità del rialzo del prezzo al barile, pensando alla fine imminente (si pensava al primo ventennio del 2000) delle riserve di petrolio. Cosa che rendeva competitiva le nuove fonti rinnovabili. Carter lanciò la sua triplice offensiva verde esattamente come Obama: auto ecologiche, risparmio energetico, fonti rinnovabili. Non ha funzionato nessuna delle tre. Il mercato delle auto ecologiche non ha retto la competizione: gli americani sono tornati ben presto a comprare grandi macchinone che consumano tanta benzina; le fonti rinnovabili (soprattutto il fotovoltaico) si sono rivelate anti-economiche e a parte i pannelli solari simbolicamente installati alla Casa Bianca, non hanno sostituito, se non in minima parte, le fonti tradizionali. Il petrolio, lungi dall’essere in via di esaurimento, è tornato a costare poco e a rendere non competitiva l’alternativa verde.
Se negli anni ’70 la politica di Carter ha fatto flop, perché dovrebbe funzionare oggi? Le condizioni sono simili, con l’aggiunta di una grave crisi economica.
Da un punto di vista pratico, è molto difficile che la nuova politica ambientalista funzioni più di quella promossa, a suo tempo, da Jimmy Carter. Il petrolio non è in via di esaurimento e il suo prezzo non è destinato a crescere in eterno
Le auto ecologiche sono il 2% del mercato. Nessuno dei 10 veicoli più scelti negli Stati Uniti è un’auto a basso consumo. Eppure la nuova amministrazione, andando contro le leggi della domanda e dell’offerta, vuole imporre l’auto ecologica
Ma tutto questo si era già visto e non aveva lasciato un bel ricordo agli americani. Come spiega Michael Lynch, ricercatore del Mit e presidente dello Strategic Energy and Economic Research (il cui studio è stato pubblicato mercoledì dall’Istituto Bruno Leoni), il presidente Jimmy Carter aveva dettato un’agenda di politica energetica molto simile. Nella seconda metà degli anni ’70, gli ecologisti avevano paura di un raffreddamento globale, mentre oggi va di moda la teoria del riscaldamento globale. Anche allora i Paesi arabi produttori di petrolio mantenevano alti i prezzi: all’insediamento di Carter erano passati appena due anni dallo “sciopero” dell’Opec. Si parlava, anche allora, di irreversibilità del rialzo del prezzo al barile, pensando alla fine imminente (si pensava al primo ventennio del 2000) delle riserve di petrolio. Cosa che rendeva competitiva le nuove fonti rinnovabili. Carter lanciò la sua triplice offensiva verde esattamente come Obama: auto ecologiche, risparmio energetico, fonti rinnovabili. Non ha funzionato nessuna delle tre. Il mercato delle auto ecologiche non ha retto la competizione: gli americani sono tornati ben presto a comprare grandi macchinone che consumano tanta benzina; le fonti rinnovabili (soprattutto il fotovoltaico) si sono rivelate anti-economiche e a parte i pannelli solari simbolicamente installati alla Casa Bianca, non hanno sostituito, se non in minima parte, le fonti tradizionali. Il petrolio, lungi dall’essere in via di esaurimento, è tornato a costare poco e a rendere non competitiva l’alternativa verde.
Se negli anni ’70 la politica di Carter ha fatto flop, perché dovrebbe funzionare oggi? Le condizioni sono simili, con l’aggiunta di una grave crisi economica.
Da un punto di vista pratico, è molto difficile che la nuova politica ambientalista funzioni più di quella promossa, a suo tempo, da Jimmy Carter. Il petrolio non è in via di esaurimento e il suo prezzo non è destinato a crescere in eterno
Le auto ecologiche sono il 2% del mercato. Nessuno dei 10 veicoli più scelti negli Stati Uniti è un’auto a basso consumo. Eppure la nuova amministrazione, andando contro le leggi della domanda e dell’offerta, vuole imporre l’auto ecologica
martedì 23 dicembre 2008
Confessioni di un ex massone

Nel suo libro “Sono stato massone” spiega che la Massoneria è stata determinante per l'introduzione dell'aborto libero in Francia nel 1974 ?
Maurice Caillet: "L'elezione di Valéry Giscard d'Estaing a Presidente della Repubblica Francese portò Jacques Chirac a diventare Primo Ministro, avendo questi come consigliere personale Jean-Pierre Prouteau, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, principale ramo massonico francese, di tendenza laicista. Al Ministero della Sanità fu collocata Simone Veil, giurista, ex deportata di Auschwitz, che aveva come consigliere il dottor Pierre Simon, Gran Maestro della Grande Loggia di Francia, con il quale io mantenevo una corrispondenza. I politici erano ben circondati da quelli che chiamavamo i nostri “Fratelli tre punti”, e il disegno di legge sull'aborto venne elaborato rapidamente. Adottata dal Consiglio dei Ministri nel mese di novembre, la legge Veil venne votata a dicembre. I deputati e i senatori massoni di destra e di sinistra votarono all'unanimità!"
Per l'intervista completa : http://www.zenit.org/article-16077?l=italian
lunedì 22 dicembre 2008
domenica 21 dicembre 2008
La moschea

di Massimo Introvigne
Nuove moschee in Italia sì o no? Tornano gli equivoci. Dicendo che in Italia vi sono oltre 300 moschee, tecnicamente si sbaglia. Non si tratta di moschee (masjid o jami), ma di “sale di preghiera” (musalla). Da noi le moschee si contano su una mano. Politici di sinistra, studiosi buonisti e anche qualche ecclesiastico cattolico bene intenzionato affermano che i musulmani hanno diritto a luoghi di culto propri. Cioè di sale di preghiera, di cui i musulmani italiani fruiscono con relativa abbondanza. La moschea, invece, non è un semplice luogo di culto.
Come ha scritto il gesuita Khalil Samir su La Civiltà Cattolica, «la moschea, in quanto centro socio-politico-culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei “luoghi di culto”, non essendo esclusivamente un luogo di preghiera ». È infatti un centro dove la comunità si raduna per questioni culturali, sociali e politiche, oltre che religiose. Vi si trova normalmente, oltre a una scuola islamica, un tribunale coranico che – come è noto – non tratta solo questioni di fede. Tutta l’azione dell’islam politico parte dalla moschea, e ogni nuova costruzione è percepita come “conquista” e “cedimento” dell’Occidente, tanto più che secondo il diritto musulmano il territorio dove essa sorge acquisisce extraterritorialità facendosi islamico per sempre.
La discussione dovrebbe quindi allargarsi a una politica dell’islam, la quale dovrebbe anzitutto identificare chi vuole usare le moschee come spazi per diffondere ideologie ultrafondamentaliste incompatibili con le nostre tradizioni e con la Costituzione, per non parlare di chi – e non manca – usa le moschee come depositi di armi e centri di reclutamento per il jihad. A costoro gli spazi dovrebbero essere ristretti. Per gli altri – disponibili a riconoscere i valori e la Costituzione della società che li ospita – andrebbe esaminato se la moschea risponda a un bisogno reale o solo simbolico, magari ispirato da “cattivi maestri”. Valutando i casi singoli. Oggi è infatti meglio sbagliare per eccesso di prudenza.
sabato 20 dicembre 2008
Dinitas

"Zurigo sta diventando sempre di più una meta per i malati terminali che vogliono praticare il suicidio assistito. Per un malato terminale il viaggio di sola andata a Zurigo si conclude alla Dignitas, un’associazione svizzera, che ha sede a Forch (Zurigo), fondata nel 1998 da Luwig Minelli, che si offre di accompagnare i pazienti verso «un’estrema uscita di emergenza». La ricetta medica somministrata al malato è una pozione amara a base di pentobarbital sciolta in un bicchiere d’acqua e addolcita con qualche cucchiaino di zucchero. Ingerito il cocktail letale, il malato si addormenta, dopo due o tre minuti cade in un coma profondo, poi si ferma la respirazione e il paziente muore. La condizione posta è che l’aspirante suicida porti il bicchiere alla bocca da sé, davanti a testimoni, altrimenti l’associazione può essere perseguita penalmente. Suicidarsi con Dignitas, però, costa caro, in media 3.500 euro (costo che può variare in base al reddito) oltre al contributo d’ingresso di circa 72 euro e una quota annuale di 36 euro. «Il nostro scopo – racconta Ludwig Minelli – è quello di prevenire il suicidio. Ma se per il paziente affetto da una malattia terminale o da un’invalidità dolorosa e insopportabile, la morte rappresenta l’unica soluzione, noi lo aiutiamo con il suicidio assistito». Il servizio non è rivolto solo ai cittadini elvetici, ma anche a quelli di paesi in cui queste tecniche non sono permesse."
Se davvero Beppino Englaro desiderava adempiere (con tenacia e ostinazione) la volontà della figlia, (replica) compiere un atto di libertà, salvarla da quella non-morte, mi riesce difficile pensare che non fosse a conoscenza della clinica svizzera Dignitas la quale "offre" dal 1998 (dunque 6 anni più tardi del tragico incidente)"servizi" di morte assistita, indipendentemente dalla nazionalità e in totale privacy.
Il fatto è che pur non desiderandolo il padre di Eluana è stato strumentalizzato, il suo dolore e il suo amore per la figlia reso pubblico, merce di dibattito, inserito in una cultura necrofobica che domina nell'occidente e che per forze storiche in Italia trova, per fortuna, battaglia.
mercoledì 17 dicembre 2008
Vampiri

"Il successo mondiale di Twilight, sulla scia di Buffy, ha ragioni più profonde. Come mostra il sociologo Douglas Cowan nel suo recente Sacred Terror, il vampiro è una delle poche finestre attraverso le quali i giovani oggi si affacciano sulla problematica della morte e dell'immortalità, che è intrinsecamente religiosa. Lo sa bene Stephenie Meyer, l'autrice di Twilight, che è una devota fedele della Chiesa Mormone e ha cosparso il suo testo di allusioni religiose."
venerdì 21 novembre 2008
Il Metodo Massonico

Leggo dal manuale massonico per eccellenza The Builders del reverendo Joseph Fort Newton, il volume più influente sulla mentalità dei massoni americani nel nostro secolo:
"Poichè l'anima umana è affine a Dio, ed è dotata di poteri a cui nessuno può fissare un limite, è in fatto, e deve essere in diritto, libera. Pertanto, secondo la logica della sua filosofia non meno che secondo l'ispirazione della sua fede, la massoneria è stata spinta a presentare le sue storiche domande per la libertà di coscienza, per la libertà dell'intelletto e per il diritto di tutti gli uomini di ergersi senza timore e senza paura, uguali tutti di fronte a Dio e alla legge, ognuno pronto a rispettare i diritti dei suoi simili"
"Poichè l'anima umana è affine a Dio, ed è dotata di poteri a cui nessuno può fissare un limite, è in fatto, e deve essere in diritto, libera. Pertanto, secondo la logica della sua filosofia non meno che secondo l'ispirazione della sua fede, la massoneria è stata spinta a presentare le sue storiche domande per la libertà di coscienza, per la libertà dell'intelletto e per il diritto di tutti gli uomini di ergersi senza timore e senza paura, uguali tutti di fronte a Dio e alla legge, ognuno pronto a rispettare i diritti dei suoi simili"
Non possiamo non dirci massoni......
lunedì 17 novembre 2008
Caso Englaro. I giudici hanno sbagliato già tanti anni fa
Di seguito il testo di una lettera inviata al quotidiano Avvenire del 16 Novembre 2008
Caro Direttore,
secondo la Costituzione italiana la sovranità appartiene al popolo. Lo scorso 13 aprile il popolo ha scelto una maggioranza di governo. Nel programma della maggioranza di governo compariva la frase “esclusione di ogni ipotesi di leggi che permettano o comunque favoriscano pratiche mediche assimilabili all’eutanasia”. Nonostante questa affermazione perentoria, a breve, salvo miracoli, un medico sfilerà un sondino e avremo il primo caso di eutanasia in Italia.
Evidentemente la sovranità non appartiene al popolo. Forse appartiene ai giudici; forse appartiene a organizzazioni potenti che agiscono sotto traccia; forse appartiene a quei giornali e TV che ci forniscono sondaggi taroccati. Certamente non al popolo.
Di chi è la colpa? Dei giudici? Sì, di alcuni giudici. Ma non solo i giudici che hanno agito in questi ultimi mesi: bisogna risalire più indietro. Quando, tanti anni fa, il signor Englaro chiese per la prima volta che venisse interrotta l’alimentazione e l’idratazione della figlia Eluana, il giudice doveva rispondere: “Lei signor Englaro è il padre, ma non potrà più essere il tutore: ha chiesto infatti per Eluana un’azione contraria al diritto naturale e contraria alla legislazione italiana”. La tutela di Eluana in quel momento doveva passare ad altra persona.
Invece il signor Englaro è rimasto il tutore, e noi, l’opinione pubblica, abbiamo dato per scontato che lui rimanesse il tutore. E’ accaduto perché abbiamo il cuore delicato, più incline al sentimentalismo che al ragionamento: ci sembrava di fare uno sgarbo alle sofferenze del signor Englaro dicendo che non poteva più essere il tutore. Non ci siamo resi conto che facevamo uno sgarbo ben più grave a sua figlia, che ora morirà di fame e di sete; e uno sgarbo ben più grave anche a lui che, volente o nolente, porterà a vita il peso dell’azione fatta su sua figlia e su tutti quelli che, da questo “innesco”, subiranno prima o poi la stessa sorte.
Il signor Englaro non può essere il tutore di Eluana. Visto che non c’è più tempo per cambiare l’opinione pubblica, occorre fare appello a un giudice: quale è il giudice competente per avviare un procedimento di rimozione del ruolo di tutore al signor Englaro? Se c’è, agisca presto.
Caro Direttore,
secondo la Costituzione italiana la sovranità appartiene al popolo. Lo scorso 13 aprile il popolo ha scelto una maggioranza di governo. Nel programma della maggioranza di governo compariva la frase “esclusione di ogni ipotesi di leggi che permettano o comunque favoriscano pratiche mediche assimilabili all’eutanasia”. Nonostante questa affermazione perentoria, a breve, salvo miracoli, un medico sfilerà un sondino e avremo il primo caso di eutanasia in Italia.
Evidentemente la sovranità non appartiene al popolo. Forse appartiene ai giudici; forse appartiene a organizzazioni potenti che agiscono sotto traccia; forse appartiene a quei giornali e TV che ci forniscono sondaggi taroccati. Certamente non al popolo.
Di chi è la colpa? Dei giudici? Sì, di alcuni giudici. Ma non solo i giudici che hanno agito in questi ultimi mesi: bisogna risalire più indietro. Quando, tanti anni fa, il signor Englaro chiese per la prima volta che venisse interrotta l’alimentazione e l’idratazione della figlia Eluana, il giudice doveva rispondere: “Lei signor Englaro è il padre, ma non potrà più essere il tutore: ha chiesto infatti per Eluana un’azione contraria al diritto naturale e contraria alla legislazione italiana”. La tutela di Eluana in quel momento doveva passare ad altra persona.
Invece il signor Englaro è rimasto il tutore, e noi, l’opinione pubblica, abbiamo dato per scontato che lui rimanesse il tutore. E’ accaduto perché abbiamo il cuore delicato, più incline al sentimentalismo che al ragionamento: ci sembrava di fare uno sgarbo alle sofferenze del signor Englaro dicendo che non poteva più essere il tutore. Non ci siamo resi conto che facevamo uno sgarbo ben più grave a sua figlia, che ora morirà di fame e di sete; e uno sgarbo ben più grave anche a lui che, volente o nolente, porterà a vita il peso dell’azione fatta su sua figlia e su tutti quelli che, da questo “innesco”, subiranno prima o poi la stessa sorte.
Il signor Englaro non può essere il tutore di Eluana. Visto che non c’è più tempo per cambiare l’opinione pubblica, occorre fare appello a un giudice: quale è il giudice competente per avviare un procedimento di rimozione del ruolo di tutore al signor Englaro? Se c’è, agisca presto.
venerdì 14 novembre 2008
La vittoria di Obama, i diritti civili e la religione

Riporto una parte dell'articolo di Massimo Introvigne, analisi completa di un fenomeno complesso come Obama, la cui elezione è il risultato storico di un processo lungo e dolorosp per l'America, "iniziato con la schiavitù e la lotta delle Chiese per la sua abolizione, e ha un significato insieme epico e di riconciliazione nazionale che trascende ogni altra considerazione, travolgendo anche il primato dei valori non negoziabili invano ricordato dalle autorità religiose" . Non è lecito dunque approrpiarsi di questo traguardo sociale come di una vittoria di istanze culturali (etiche, morali ed economiche) radicali progressiste "mature", (di una maturità illuministicamente intesa), ne è lecito da un punto di vista strettamente politico considerare la vittoria di Obama come il segnale di una revanche democratica internazionale ed italiana, Obama è l'America.
"......Mi spiego. Fioccano commenti (e si è cominciato a urne aperte, con editoriali su tutti i grandi giornali) sul fatto che per la prima volta il voto di quel quaranta per cento di americani che si dichiara religioso e praticante non è andato prevalentemente ai repubblicani, ma ai democratici. I primi sondaggi mostrano che – se tra i protestanti evangelical, cioè conservatori, ha vinto McCain (ma non con i margini bulgari che ebbe Bush nel 2004) – tra gli ebrei e tra i cattolici (praticanti) ha prevalso Obama. Le spiegazioni di questo evento decisivo per le elezioni sono sostanzialmente quattro. La prima è che le persone religiose non votano tutte e solo in base alla religione, e che le crisi economiche gravissime portano sempre a votare contro i partiti di governo, considerati in prima battuta – non importa se spesso a torto – responsabili delle crisi (“Piove, governo ladro”). La seconda è che il battista McCain, come la stampa ha spesso notato, benché schierato in modo gradito alla maggioranza delle persone religiose sui valori non negoziabili, non viene dal mondo dell’attivismo religioso e ha qualche imbarazzo a parlare di religione in pubblico. Al contrario il riformato (calvinista) Obama si presenta come l’erede di una tradizione afro-americana dove i politici – buoni, cattivi o pessimi – sono sempre venuti dal mondo delle comunità religiose, dal reverendo Martin Luther King, Jr. (1929-1968) al reverendo Jesse Jackson, e in tutti i suoi discorsi è costante il riferimento appassionato alla fede e alla preghiera.
In terzo luogo – come ha sottolineato un grande esperto di cose evangeliche, Mark Silk, al congresso appena concluso a Chicago dell’American Academy of Religion – i protestanti evangelical, componente maggioritaria della coalizione religiosa determinante per i passati successi repubblicani, hanno sbagliato nell’opporsi alla candidatura alla vice-presidenza dell’ex-governatore del Massachusetts Mitt Romney lasciando intendere piuttosto chiaramente di non volere un candidato di fede religiosa mormone (meno chiaramente – ma chi doveva capire ha capito – si sono opposti anche alla scelta come vice-presidente di Joe Lieberman, di provenienza democratica ma schierato con McCain, perché si tratta di un ebreo ortodosso e gli evangelical non volevano un candidato non cristiano, o più precisamente non protestante). A prescindere da ogni altra considerazione, questo ha trasmesso ai soci di minoranza della famosa coalizione dei quattro decisiva per le vittorie di Bush – protestanti evangelical,cattolici fedeli al Papa, ebrei ortodossi e mormoni (questi ultimi molto importanti sul piano elettorale perché concentrati in quattro o cinque Stati – non solo nello Utah – dove fanno la differenza) – il messaggio secondo cui per gli evangelical la coalizione funziona se gli altri portano i voti ma il candidato è comunque protestante. Dal punto di vista dei valori non negoziabili la pentecostale Sarah Palin era peraltro la migliore delle candidate possibili: ma questi antefatti spiegano perché i non evangelical non l’abbiano forse difesa quanto meritava di fronte a un’autentica aggressione della stampa liberal, che ha mostrato ai (numerosissimi) pentecostali statunitensi come la tolleranza verso forme religiose con un culto entusiastico e un riferimento insistito ai demoni e alle profezie sia un traguardo ancora lontano per i grandi media americani imbevuti di pregiudizi laicisti e razionalisti.
E tuttavia il quarto motivo per cui il mondo di chi va nelle chiese e nelle sinagoghe (per non parlare delle moschee, dove i parenti musulmani di Obama hanno avuto il loro ruolo) ha messo tra parentesi i valori non negoziabili e ha votato per il senatore di Chicago – a mio avviso, non meno decisivo del primo, quello legato alla crisi economica – è, molto semplicemente, che Barack è un afro-americano. Con eccezioni marginali e quasi irrilevanti, le Chiese e comunità religiose americane nel XX secolo hanno considerato una loro battaglia cruciale quella per i diritti civili della popolazione di colore degli Stati Uniti (dopo essere state in maggioranza nel XIX secolo contro la schiavitù – anche se non necessariamente a favore della Guerra Civile né della successiva criminalizzazione del Sud). I non statunitensi spesso non si rendono conto di quanto questa battaglia abbia formato gli americani che erano giovani negli anni 1960, in particolare quelli religiosi, un numero sorprendente dei quali è andato in Alabama e altrove, prendendo anche qualche manganellata, per manifestare affinché gli afro-americani potessero salire sugli stessi autobus dei bianchi e votare senza essere intimiditi. Per tutti costoro (per esempio per molti amici del sottoscritto, che nel 2004 avevano votato per Bush ma nel 2008 hanno scelto Obama) eleggere un afro-americano alla presidenza negli Stati Uniti chiude un lungo ciclo della storia del loro Paese, iniziato con la schiavitù e la lotta delle Chiese per la sua abolizione, e ha un significato insieme epico e di riconciliazione nazionale che trascende ogni altra considerazione, travolgendo anche il primato dei valori non negoziabili invano ricordato dalle autorità religiose.
A questa considerazione si rivolgono di solito due obiezioni. La prima – illustrata per esempio in Italia da un articolo di Fiamma Nirenstein su il Giornale – è che la sinistra americana (e quella internazionale) ha speculato in modo strumentale sull’etnicità di Obama, mentre non si è emozionata per la nomina a segretario di Stato prima di Colin Powell e poi di Condoleeza Rice, afro-americani anche loro. La Rice in particolare, che sarà ricordata checché se ne dica come brillante artefice di un modo nuovo di fare politica estera, è stata presa a pesci in faccia dalla sinistra nonostante fosse afro-americana. Tutto questo è vero: e tuttavia, come notava già nel XIX secolo Alexis de Tocqueville (1805-1859), gli Stati Uniti sono una monarchia che elegge il suo re ogni quattro anni. C’è una mistica della presidenza assai simile alla mistica delle monarchie. Non c’è, con tutto il rispetto, una mistica del segretario di Stato, così che solo l’elezione di un afro-americano alla presidenza (non la sua nomina a una carica ministeriale, per quanto prestigiosa) poteva essere percepita come un evento epocale e come il coronamento di due secoli di battaglie che hanno avuto anche, se non soprattutto, una dimensione religiosa.
La seconda obiezione è che Obama non è davvero un afro-americano. I suoi antenati vivevano in Kenya e non hanno conosciuto l’esperienza della schiavitù che connota in modo decisivo e profondo l’esperienza dei veri afro-americani. L’obiezione ha avuto un peso nelle prime fasi della campagna di Obama: ma alla fine ha prevalso la sua auto-identificazione (che non nasce con le elezioni, ma risale agli albori della sua carriera professionale e politica a Chicago) con la comunità afro-americana e il fatto che, comunque la si metta, non si tratta di un bianco anglo-sassone.
Nella storia culturale e sociale degli Stati Uniti – anche qualora, come i più pessimisti prevedono, la sua presidenza si riveli debole sul piano economico e della politica estera, quasi un remake dei disastri di Jimmy Carter, e mettendo in conto gli inevitabili scontri con le Chiese in materia di principi non negoziabili – la chiusura dei conti e la riconciliazione nazionale in materia di diritti civili rimarranno comunque un frutto dell’elezione di Obama. Chiuso finalmente questo antico dossier, le Chiese e comunità religiose potranno tornare alle loro priorità. Sui temi dell’aborto e della famiglia (anche se Obama si dichiara contrario al matrimonio omosessuale – ma non così il suo partito) la strada da oggi è più in salita. Ma questo non significa che non debba essere percorsa con coraggio e determinazione. L’elettorato religioso statunitense non è certamente sparito: le voci di una sua morte sono, per dire il meno, premature, anche se il suo modo di esprimersi nel 2008 è stato influenzato da una serie di fattori probabilmente irripetibili.
martedì 28 ottobre 2008
IL VICOLO CIECO DEI RIFORMISTI PER FINTA

Riporto un articolo di Gianni Baget Bozzo che trovo davvero esaustivo nel chiarire "i movimenti" politci di questi giorni :
«È risorto»: ha intitolato Il Riformista il commento alla manifestazione romana del Pd.....
Veltroni ha definito la manifestazione come l'atto di una «piazza riformista», ma i riformisti ebbero le piazze solo con Craxi e a Milano e furono allora riunioni a favore del governo e non contro di esso. La «piazza riformista» è, per essenza, una piazza governativa.
Ma il testo più commovente è quello pubblicato nel consueto messaggio domenicale di Eugenio Scalfari. Scalfari dichiara la sua passione disarmata, quasi infantile, che lo spinge a visitare la piazza prima della manifestazione come uno spazio sacro, pregando da laico che il popolo la riempia. E poi gridando la sua gioia quando la televisione gli restituisce una piazza piena: non importa di quanti, basta l’immagine del video. Ma in genere tutti si sono compiaciuti perché la piazza aveva un volto, perché il pubblico, assai inferiore al milione, e non di meno era là. Il timore comune era proprio che la lunga storia comunista si fosse dissolta, che il sacro soggetto con cui si è identificata la cultura politica italiana finisse senza oggetto: e che Berlusconi e Bossi fossero il Paese reale che prendeva vistosamente le distanze dal Paese intellettuale, dalla stampa e dalla letteratura politica. Che una forza politica che controlla regioni, province e comuni di tanta parte d’Italia e ha a disposizione la Cgil non potesse riempire il Circo Massimo era impossibile. Ma la piazza del 25 ottobre non è la piazza di Cofferati, quando egli schierò contro il governo Berlusconi la forza del sindacato allora potente e motivato. Oggi Cofferati non potrebbe più produrre quella marcia su Roma e Nanni Moretti non potrebbe più animare i girotondi. Oggi Cofferati, rimosso dal partito, lascia la poltrona di sindaco di Bologna e la Cgil è un’organizzazione emarginata dagli altri sindacati.Ma la piazza di Veltroni non era riformista e non lo è il Partito democratico. La grande crisi aperta dalle banche americane che fa degli Stati e dei governi i decisori dell’economia, dovrebbe interessare un partito riformista, che avrebbe chiesto l’unità nazionale e interrotto ogni polemica con il governo nell’interesse del Paese. Come hanno fatto, a suo tempo, i laburisti inglesi, socialdemocratici tedeschi e i socialisti spagnoli. Ma il Pd non è in grado di fare questo e non lo ha fatto. D’Alema e Bersani sono rimasti inclusi nella linea di Veltroni, mentre ad essa ancora si oppone Parisi e il gruppo dei costituzionalisti. I rifondaroli benedicono la piazza e Liberazione annuncia con reverenza che «parla Veltroni». La manifestazione è stata fatta contro il governo come illegittimo e non democratico e Parisi e Di Pietro vi hanno raccolto firme per il referendum sul lodo Alfano. L’alternativa riformista è stata cancellata dal tempo nel Pds, sin dalla sua nascita alla Bolognina, quando Occhetto respinse la linea socialdemocratica offerta da Craxi e preferì una linea radicale che manteneva la rivendicazione del suo monopolio a sinistra propria del partito comunista.
Ci si meraviglia che Berlusconi sia così duro verso il Pd e verso le manifestazioni scolastiche da esso appoggiate e promosse. Egli sa ormai da decenni che D’Alema è sconfitto e che la linea di Veltroni, il partito radicale che mantiene la differenza comunista, è vincitrice. Il Pd rimane antiberlusconiano per principio e quindi può giustificarsi solo con una lotta frontale contro il governo. Su questo Pd, che non è più né riformista né rivoluzionario muove la pressione sia della Lega che di Di Pietro, cioè di una nuova destra che porrebbe problemi alla democrazia perché costruita solo sulla protesta, mentre il Paese chiede un governo. Speriamo che Berlusconi se la cavi e cavi il Paese dalle tenebre
giovedì 16 ottobre 2008
LEHMAN BROTHERS EX LOBBY DEL CLIMA e il guru Al Gore

Riporto quanto letto su internet in una delle mie navigate...
"Lehman Brothers era davvero una banca strana: solo l’anno scorso aveva pubblicato un voluminoso e influente rapporto che prevedeva l’evoluzione del clima da qui al 2100, ma non era stata capace di prevedere che sarebbe fallita nel giro di un anno.
Cosa ancora più curiosa è che molto probabilmente non si tratta di due episodi scollegati. Lehman Brothers era infatti molto coinvolta nel business del Carbon Trading (certificati "verdi" legati alle "carbon emission) voluto dal Protocollo di Kyoto, e strettamente legata alla “lobby del clima”: consulente scientifico di Lehman Brothers era James Hansen, direttore alla NASA dell’Istituto Goddard per gli Studi Spaziali, considerato anche il “padre” dell’effetto serra ovvero della traduzione in politiche radicali delle incerte teorie scientifiche sul riscaldamento globale.
Non solo, Lehman Brothers era anche la banca di riferimento della società creata da Al Gore nel 2004, la Generation Investment Management (GIM), che si occupa appunto di “commerciare” il carbonio, un’attività questa che potremmo anche meglio definire come speculazione finanziaria sull’aria calda. I legami con Al Gore non finiscono qui: l’Alliance for Climate Protection, di cui il Nobel per la Pace guida il Consiglio d’Amministrazione, ha come Managing Director quel Theodore Roosevelt IV che figura anche come Managing Director della Lehman Brothers, con un incarico speciale nel rapporto con i clienti più importanti della banca. Theodore Roosevelt IV, tra l’altro, non è esattamente un neofita dell’ecologismo. Al contrario egli è noto come un “conservazionista” militante, vice-segretario della Wilderness Society nonché amministratore del Museo Americano di Storia Naturale, del World Resources Institute, dell’Institute for Envirnoment and Natural Resources all’Università del Wyoming, e della Trout Unlimited, società conservazionista che si occupa di proteggere i pesci d’acqua dolce. Per finire Theodore Roosevelt IV è anche il segretario del Pew Center for Global Climate Change, un centro studi che promuove una nuova economia basata sulla teoria dei cambiamenti climatici.
Non sorprende perciò che Lehman Brothers negli ultimi anni abbia investito notevolmente nel business del Carbon Trading e che abbia prodotto un rapporto in due parti (febbraio e settembre 2007)dall’eloquente titolo “The Business of Climate Change”, che vuole convincere gli investitori a sostenere l’economia della “de-carbonizzazione” dimostrando gli alti profitti attesi grazie anche alle ingenti sovvenzioni pubbliche che il sistema del Protocollo di Kyoto genera. Va ricordato anche che quel rapporto ha avuto grande eco tra i leader politici, sui mass media e, ovviamente, dai Verdi è stato portato come prova schiacciante della giustezza della loro posizione: “Se lo dice anche Lehman Brothers!”… Quel rapporto è stato adottato, ad esempio, dai governi di Spagna ed Argentina come base per le politiche climatiche, oltre a essere stato osannato negli editoriali di autorevoli giornali di mezzo mondo. "
A proposito dello stesso personaggio e dell'affermazione della giustizia anche in questo mondo, non sarà però inutile ricordare che nel recente, clamoroso fallimento della Lehman Bros, la sua corresponsabilità è evidente come un cerchio giallo su un elefante; infatti è stato il nostro premio Nobel che ha convinto la banca d’affari ad effettuare poderosi investimenti nel commercio dei crediti di carbonio
Aggiungo..chi semina vento raccoglie tempesta
LO SVILUPPO FA BENE, LEGAMBIENTE LO DICE MA LO NEGA

Tratto da un articolo di di Fabrizio Proietti
In testa alla classifica delle città più "ecosostenibili" e attente ai problemi ambientali in genere, pubblicata dal Sole 24 Ore troviamo tutte città del centro-nord, mentre in fondo troviamo le città del sud. La ragione è evidente: contrariamente a quanto sostengono gli ecologisti, l’attenzione per l’ambiente migliora laddove c’è lo sviluppo.
Quando parliamo di sviluppo non parliamo solo di pil, ma di una serie di condizioni sociali e infrastrutture che rendono più agevole la vita ai cittadini. Scuole che educano, ospedali che curano, servizi sociali che rispondono ai bisogni delle famiglie, strade e ferrovie per collegare, opportunità di lavoro: tutto questo fa parte di una città e di un paese sviluppato, oltre ovviamente al pil.
Il fatto è che in tutto il mondo gli indicatori ambientali - la qualità dell’aria, dell’acqua, la salute delle foreste e così via – sono buoni e in miglioramento nei Paesi industrializzati e cattivi o in via di peggioramento nei paesi poveri.
Cito, a mo’ di esempio, un rapporto del Centro Internazionale per la fertilità dei suoli e lo sviluppo agricolo (Ifdc) il quale afferma che dal 1980 al 2004 l’Africa subsahariana ha visto degradarsi rapidamente il 75% dei terreni agricoli. Motivo: un eccessivo sfruttamento del suolo dovuto a pratiche agricole inadeguate, ovvero sistemi primitivi di agricoltura.
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