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giovedì 16 ottobre 2008

LO SVILUPPO FA BENE, LEGAMBIENTE LO DICE MA LO NEGA


Tratto da un articolo di di Fabrizio Proietti


In testa alla classifica delle città più "ecosostenibili" e attente ai problemi ambientali in genere, pubblicata dal Sole 24 Ore troviamo tutte città del centro-nord, mentre in fondo troviamo le città del sud. La ragione è evidente: contrariamente a quanto sostengono gli ecologisti, l’attenzione per l’ambiente migliora laddove c’è lo sviluppo.

Quando parliamo di sviluppo non parliamo solo di pil, ma di una serie di condizioni sociali e infrastrutture che rendono più agevole la vita ai cittadini. Scuole che educano, ospedali che curano, servizi sociali che rispondono ai bisogni delle famiglie, strade e ferrovie per collegare, opportunità di lavoro: tutto questo fa parte di una città e di un paese sviluppato, oltre ovviamente al pil.

Il fatto è che in tutto il mondo gli indicatori ambientali - la qualità dell’aria, dell’acqua, la salute delle foreste e così via – sono buoni e in miglioramento nei Paesi industrializzati e cattivi o in via di peggioramento nei paesi poveri.

Cito, a mo’ di esempio, un rapporto del Centro Internazionale per la fertilità dei suoli e lo sviluppo agricolo (Ifdc) il quale afferma che dal 1980 al 2004 l’Africa subsahariana ha visto degradarsi rapidamente il 75% dei terreni agricoli. Motivo: un eccessivo sfruttamento del suolo dovuto a pratiche agricole inadeguate, ovvero sistemi primitivi di agricoltura.

domenica 5 ottobre 2008

CRISI MUTUI, ECCO DA DOVE NASCE


Mentre impazza la crisi dei mercati finanziari, che mette a rischio lo sviluppo mondiale, e si moltiplicano le analisi su radici e prospettive, ci sembra utile riproporre un articolo scritto nel settembre 1999 sul New York Times, in cui si sottolinea la pericolosità di una decisione del presidente Clinton che forzava Fannie Mae (una delle banche protagoniste dell'attuale crac) ad aprire i cordoni della borsa, concedendo prestiti senza garanzie adeguate. Nell'articolo si prevede ciò che sta accadendo in queste settimane. Una lettura più utile di tante analisi.


Dal New York Times, 30 settembre 1999


FANNIE MAE FACILITA IL CREDITO PER FACILITARE I PRESTITI SU MUTUO


Steven A. Holmes


Con una mossa che punta ad aumentare la percentuale di proprietari di case fra le minoranze e i ceti a basso reddito, la Fannie Mae Corporation sta allentando le condizioni per i mutui che acquisterà dalle banche ed altri prestatori di denaro. Questo gesto, che comincerà come programma pilota destinato a coinvolgere 24 banche su 15 mercati diversi -- compresa la regione metropolitana di New York -- mira ad incoraggiare queste banche a concedere mutui per la casa a persone le cui garanzie normalmente non sono sufficienti per ottenere prestiti convenzionali. I funzionari di Fannie Mae dicono che sperano di farne un programma nazionale entro la primavera prossima.


Fannie Mae, il più grosso sottoscrittore nazionale di mutui per la casa, ha subito pressioni crescenti dal governo Clinton per allargare i cordoni dei mutui per favorire i ceti a basso e medio reddito, e ha avuto pressioni anche dai suoi azionisti perché mantenesse la crescita fenomenale dei suoi profitti. Inoltre, premono su Fannie Mae anche banche ed altri istituti finanziari interessati ad essere aiutati a concedere un maggior numero di prestiti ai soggetti cosiddetti subprime. A questi richiedenti, i cui redditi, status creditizio e risparmi non sono sufficienti per ottenere prestiti convenzionali, fanno credito soltanto i finanziatori che impongono tassi d'interesse molto più alti -- dai tre ai quattro punti di più dei prestiti convenzionali.


"Negli anni Novanta Fannie Mae ha aumentato le possibilità di acquistare la prima casa per milioni di famiglie," ha detto Franklin D. Raines, direttore e amministratore delegato di Fannie Mae. ''Ciononostante ci sono ancora troppi soggetti le cui caratteristiche sono appena un gradino sotto quanto stabilito dalle nostre condizioni, che sono stati relegati a pagare tassi di interesse notevolmente superiori sul mercato cosiddetto subprime.'' I dati demografici su questi soggetti sono vaghi. Ma da almeno una ricerca si ricava che il 18 per cento dei prestiti sul mercato subprime è andato a persone di colore, rispetto al 5 per cento dei prestiti sul mercato convenzionale.


Entrando, seppure sperimentalmente, in questa nuova area del credito, Fannie Mae sta assumendosi notevoli rischi in più, che potranno non produrre difficoltà in un periodo florido. Ma questa azienda, sussidiata dal governo, potrebbe trovarsi nei guai se si verifica un periodo di stallo economico, e richiedere un salvataggio da parte dello Stato simile a quello che è stato necessario per le casse di risparmio negli anni Ottanta.[....]


Con il programma pilota di Fannie Mae, ai consumatori ammessi saranno concessi mutui a un tasso di interesse superiore di un punto rispetto a quello dei mutui convenzionali trentennali inferiori a $240,000 -- che attualmente ottiene in media il 7,76 per cento. Se il soggetto sarà puntuale nel pagare le rate mensili puntualmente per due anni di seguito, il tasso scenderà di un punto. Fannie Mae non presta denaro direttamente ai consumatori ma acquista i prestiti che le banche fanno sul mercato cosiddetto secondario. Allargando il tipo di mutui che è disposta a comprare, Fannie Mae spera di spronare le banche ad aumentare i mutui per le persone con un profilo creditizio non proprio eccezionale. I funzionari di Fannie Mae insistono che i nuovi mutui saranno estesi a tutti i soggetti che hanno il potenziale per richiederli. Ma aggiungono che questa mossa mira in parte ad aumentare il numero di proprietari di case fra le minoranze e i ceti a basso reddito che tendono a non raggiungere le caratteristiche finanziarie dei bianchi non-ispanici.


Infatti, durante il boom economico degli anni Novanta è esploso il numero di proprietari di case fra le minoranze. Secondo il Joint Center for Housing Studies dell'Università di Harvard, dal 1993 al 1998 il numero di mutui concessi ai richiedenti ispanici è schizzato in su dell'87,2 per cento. Nello stesso periodo il numero di afro-americani che hanno ottenuto il mutuo per la casa è aumentato del 71,9 per cento e il numero di amer-asiatici del 46,3 per cento. Al confronto, il numero di bianchi non-ispanici che hanno ricevuto prestiti per la casa è aumentato del 31,2 per cento. Nonostante questi guadagni, la percentuale dei proprietari di case fra le minoranze continua ad essere inferiore a quella dei bianchi non-ispanici, in parte perche i neri e gli ispanici in particolare tendono ad offrire minori garanzie per il credito.


In luglio, il Dipartimento per la Casa e lo sviluppo urbanistico ha proposto di arrivare a un portafoglio per Fannie Mae e Freddie Mac costituito per il 50 per cento da crediti verso soggetti a reddito medio e basso. L'anno scorso, il 44 per cento dei prestiti acquistati da Fannie Mae venivano da questi gruppi. Il cambiamento nella politica viene nello stesso momento in cui al Dipartimento si sta indagando su delle accuse di discriminazione razziale rivolte ai sistemi di sottoscrizione automatizzati usati da Fannie Mae e Freddie Mac per determinare la solvibilità di chi fa domanda di credito.

(traduzione Alessandra Nucci)

martedì 27 maggio 2008

A chi piace la fame?

di Riccardo Cascioli

C’è davvero un’emergenza fame su scala globale e senza precedenti? Ed è davvero iniziata – come titolava un giornale qualche settimana fa – la “guerra mondiale per il cibo”? Il tam tam mediatico cominciato alla fine di marzo ha indubbiamente fatto intravedere scenari da incubo, con possibili – se non probabili - decine di milioni di morti per fame, e con governi e agenzie umanitarie mobilitate per evitare il peggio. Sia ben chiaro: guai a sottovalutare la povertà e le condizioni di estrema precarietà in cui vivono ancora tante persone nel mondo; eppure tanto allarmismo fa nascere qualche sospetto, soprattutto quando si leggono la diagnosi e la cura proposta da tante fonti autorevoli. Ad esempio, il sito della britannica BBC, nello speciale appositamente dedicato al problema, afferma che la prima causa della crisi sta nell’aumento della popolazione e nel fatto che il genere umano sta consumando più risorse di quelle effettivamente disponibili. Se questo è il male si può facilmente capire quale sarà la cura: così il rischio che parte dei fondi straordinari raccolti per fronteggiare l’emergenza sia dirottato in programmi per il controllo delle nascite è tutt’altro che remoto.
Per questo è importante capire bene i termini del problema: ciò cui stiamo assistendo in questi mesi è una crisi alimentare dovuta al rincaro dei prezzi dei prodotti agricoli – soprattutto cereali - che si sta registrando negli ultimi due anni. Ovviamente ciò colpisce soprattutto le popolazioni povere che vivono nei grandi centri urbani del Terzo mondo. Ma tale rincaro dei prezzi non ha niente a che vedere con la mancanza di cibo, che invece a livello globale c’è ed è più che sufficiente a sfamare l’attuale popolazione mondiale e anche quella prevista per i prossimi decenni. Insomma questa crisi non ha niente a che vedere con le grandi carestie del XIX secolo o con la gravissima penuria di cibo seguita alla fine della Seconda Guerra mondiale, e neanche con le emergenze fame che negli anni ’60-’70 del XX secolo hanno colpito il Biafra, il Sahel e più in generale l’Africa sub-sahariana.Basterebbe andare a consultare le statistiche della FAO per verificare che dal 1970 ad oggi la disponibilità di cibo pro-capite è decisamente aumentata in tutto il mondo – anche nei Paesi dell’Africa sub-sahariana - malgrado la popolazione sia quasi raddoppiata, dai poco più di 3 miliardi e mezzo del 1970 agli attuali 6,3 miliardi. Un dato che trova conferma nell’ultimo Rapporto dell’ONU sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio (2007). Qui leggiamo: “A livello mondiale, il numero di persone nei Paesi in via di sviluppo che vivono con meno di un dollaro al giorno è sceso da un miliardo e 250 milioni nel 1990 a 980 milioni nel 2004”; e questo – ripetiamo – malgrado nel frattempo la popolazione sia aumentata di circa un miliardo di persone. Infatti, in termini percentuali il progresso è ancora più evidente: “Nello stesso periodo la proporzione di persone che vivono in estrema povertà è scesa da circa il 33% al 19”. Tanto che lo stesso rapporto afferma che anche “i più poveri stanno diventando un po’ meno poveri in quasi tutte le regioni”.In tutto questo periodo il prezzo dei prodotti agricoli è rimasto abbastanza stabile, con una leggera tendenza al rialzo valutabile intorno al 3%. Poi, improvvisamente la svolta: dal marzo 2007 al marzo 2008 i prezzi hanno registrato un’impennata: il riso è salito del 74%, il grano del 130%, la soia dell’87% . E’ ovvio che non può essere stato un aumento di circa 70 milioni di persone (più o meno è questo l’incremento annuo della popolazione mondiale) ad aver provocato tale sconquasso. Sarebbe perciò una sciagura se l’attuale crisi alimentare diventasse il pretesto per rilanciare vecchie politiche anti-nataliste che hanno già provocato abbastanza disastri.Se si vuole evitare che si cancellino in poco tempo i progressi nella lotta alla fame fatti in tanti decenni, si deve perciò intervenire sui veri fattori all’origine della crisi, che sono diversi: le politiche agricole dei Paesi sviluppati, che si basano su un sistema di sussidi e dazi che penalizza i Paesi poveri ma anche la produzione in generale (il caso delle “quote” europee è emblematico); l’aumento del costo dei trasporti; la produttività agricola, che nei Paesi del Terzo mondo è ancora estremamente bassa (e da questo punto di vista un aiuto potrebbe venire dagli Organismi Geneticamente Modificati); le spinte speculative sul mercato dei prodotti agricoli; la riconversione delle colture per produrre i biocarburanti.Quest’ultimo fattore tra tutti merita un approfondimento perché è qui che si scontrano opposte visioni dello sviluppo.Anche all’ONU ora si alzano sempre più forti le voci che chiedono una moratoria sui biocarburanti, ovvero sull’uso di mais e barbabietole da zucchero per produrre combustibile per auto. In pratica una quantità sempre crescente di terreni agricoli vengono destinati a coltivazioni che non hanno scopo alimentare. La distorsione del mercato che ne consegue è evidente. Già nei Paesi industrializzati si sta spendendo dai 13 ai 15 miliardi di dollari l’anno per incentivare tali coltivazioni, al punto che per ogni litro di etanolo che si produce l’Unione Europea versa un dollaro di sussidio pubblico. Il confronto con il costo dei combustibili fossili (che invece sono fonte di introiti per lo Stato) è impietoso e oltretutto per dei risultati più che modesti: la riduzione delle emissioni di gas serra dei biocarburanti (obiettivo della scelta politica) è nell’ordine del 13-18 per cento rispetto ai combustibili fossili.Già così – dando per vero che dalle nostre emissioni di gas serra dipende il futuro del clima - si può tranquillamente definire una follia la scelta dell’Unione Europea e dei Paesi sviluppati di puntare sui biocarburanti. Ma il fatto è che non è neanche vero l’assunto che sta alla base di queste scelte politiche. Le emissioni di gas serra sono diventate un totem della nostra società, ma non c’è alcuna evidenza scientifica del legame tra attività umane e cambiamenti climatici, e anzi sono in costante crescita gli scienziati che si oppongono esplicitamente a questa teoria. In ogni caso, scegliere di intervenire su un fattore naturale (riduzione di gas serra) anche a scapito dello sviluppo di intere popolazioni, mette in rilievo la tipica concezione ecologista, che nel migliore dei casi considera l’uomo una variabile naturale fra le tante e nel peggiore lo vede come un pericoloso nemico della natura che va fermato in tutti i modi.Questo approccio, però, oltre a provocare povertà crescente fra la popolazione umana (come sta accadendo) peggiora anche lo stato della natura.


Bloccare la proliferazione di biocarburanti sarebbe dunque soltanto un primo passo per riaffermare la concezione che pone lo sviluppo integrale dell’uomo come obiettivo vero di ogni politica economica e anche di ogni politica ambientale.

giovedì 15 maggio 2008

Crisi alimentare, qualcuno ci guadagna

di Ettore Gotti Tedeschi

La Fao — l'organismo delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura — ha spiegato l'attuale «emergenza fame» citando cause strutturali dovute alle errate politiche di sviluppo adottate dai Paesi ricchi. Ma quali soluzioni possono essere proposte dopo anni di errori?

Molti economisti affermano che la globalizzazione ha avuto effetti positivi in alcuni Paesi che hanno saputo aprire con prudenza i propri mercati attraendo gli investimenti, tenendo fuori la speculazione finanziaria ed esercitando una politica molto rigida di controllo delle nascite, mentre ha avuto effetti negativi su Paesi — soprattutto in Africa — dove la crescita della popolazione è stata superiore alla crescita economica e dove quindi non conviene investire.

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso alcuni organismiinternazionali avevano proposto analisi e avanzato previsioni catastrofiche sul problema della crescita demografica incontrollata e della fame nel mondo. Anche allora la fame dei Paesi poveri creò allarme, ma la soluzione proposta dal pensiero dominante fu neomalthusiana: bisognava cioè frenare la crescita della popolazione.

Si ignorarono invece le proposte fatte da prestigiosi esperti ed economisti — come Colin Clark, l'ideatore del concetto di prodotto interno lordo — secondo i quali la produzione mondiale di cibo poteva soddisfare non 6, ma ben 36 miliardi di abitanti. E ciò attraverso l'uso razionale — con sistemi intensivi e ridotti, anziché estensivi o collettivistici — delle colture e grazie alla sconfinata capacità produttiva del mercato. Già allora era chiarissimo che il problema della fame non era economico o ecologico, bensìpolitico, e legato al timore della crescita demografica dei Paesi piùpoveri, la cui popolazione doveva essere limitata nel numero piuttosto che sostenuta e sfamata non in modo assistenzialistico ma con cambiamenti strutturali a favore dello sviluppo interno.

Dopo trent'anni il problema si è addirittura accentuato. Secondo alcuni l'aumento dei prezzi dei cereali sarebbe dovuto alla crescita di domanda nei Paesi emergenti più popolosi, alla produzione dei biocarburanti, alle variazioni climatiche, ai sussidi economici garantiti alla produzione nei Paesi ricchi. La crisi sarebbe cioè dovuta alla dinamica di domanda e offerta del mercato influenzato dai Governi occidentali e dal loro miope egoismo.

In realtà le cose non stanno esattamente così. Il prezzo dei beni alimentari — le cosiddette commodity verdi — si direbbe piuttosto influenzato da fenomeni speculativi avviati da investitori internazionali che, abbandonati i prodotti finanziari senza più margine di profitto, hanno concentrato il loro interesse sulle commodity, cioè su petrolio e alimentari.

Secondo alcuni operatori specializzati, quasi il 70 per cento delletransazioni che hanno fatto crescere i prezzi del cibo sono finanziarie. Si è cioè «finanziarizzato» il bene agricolo creando un'altra bolla speculativa che potrebbe esplodere fra alcuni mesi, come già è avvenuto per il settore immobiliare. I prezzi dei prodotti agricoli nel mondo sono quindi decisi nelle Borse. Solo per una parte più marginale — anche se non trascurabile — la loro crescita è dovuta alla maggiore richiesta, ai biocarburanti e agli interventi pubblici.

Sarebbe però delittuoso permettere che le turbative speculative minaccino la sicurezza alimentare. Per evitare che ciò avvenga bisognerebbe regolamentare subito l'uso degli strumenti finanziari sulle commodity verdi. Sarebbe poi necessario disciplinare le politiche dei dazi sui prodotti alimentari provenienti dai Paesi in via di sviluppo, sostenendovi sistemi agricoli piccoli e intensivi. Sarebbe inoltre utile sostenere le produzioni agricole che utilizzano le biotecnologie vegetali, con un minore uso di acqua, concimi chimici e pesticidi.

Si garantirebbe così produttività a basso costo, favorendo la capacità di esportazione dei Paesi più poveri e soddisfacendo il loro bisogno interno.

Famiglia, il grande tradimento dell'ONU

di Riccardo Cascioli

“La più ampia protezione e assistenza possibile alla famiglia” per rafforzare il tessuto sociale. E’ con questa motivazione che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso con la risoluzione 47/237 del 20 settembre 1993 di istituire una annuale Giornata Internazionale della Famiglia da celebrarsi il 15 maggio a partire dal 1994.

La Giornata partiva così nell’Anno Internazionale della Famiglia – cui si riferiva la citata risoluzione - come parte delle iniziative dell’Onu per mettere al centro delle politiche sociali di tutti i Paesi quell’istituto che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani pone come “cellula fondamentale della società”. Non a caso nella stessa risoluzione si fa più volte riferimento ai diritti umani e alla Carta delle Nazioni Unite di cui si sarebbe celebrato di lì a poco lo storico 50esimo anniversario. Da allora sono passati 15 anni, quindici giornate internazionali della famiglia ognuna con un tema originale (quest’anno l’Onu si concentra sulla figura dei padri), poi un’altra grande celebrazione nel 2004, decimo anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia.

Eppure, malgrado la diffusa consapevolezza degli Stati membri sull’importanza di politiche a sostegno della famiglia, la Giornata Internazionale passa sempre sostanzialmente sotto silenzio, anche alle Nazioni Unite. “La spiegazione fondamentale sta nel fatto che i burocrati che gestiscono l’Onu e decidono in materia sono generalmente ostili alla concezione tradizionale della famiglia”, afferma Austine Ruse, presidente del Catholic Family and Human Rights Institute (C-Fam), una Organizzazione Non Governativa (Ong) pro-family che opera all’interno del sistema delle Nazioni Unite: “L’ala radicale che domina le strutture dell’Onu – prosegue Ruse -, con i propri sostenitori nelle Ong e nei governi nazionali, vede la famiglia come una forma di soffocante patriarcato che impedisce la libertà. La famiglia è il nemico. Lo dimostra il fatto che proprio mentre si celebrava l’Anno della Famiglia è stato chiuso all’Onu l’ufficio che doveva occuparsi proprio del sostegno alla famiglia”.

Le due “anime” dell’Onu sono emerse fin dall’origine. Non a caso proprio nell’Anno Internazionale della Famiglia, nel 1994, alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (Icpd) svoltasi al Cairo, per dieci giorni si è assistito a una battaglia furiosa scatenata dalle lobby che volevano sostituire nel testo finale la parola “famiglia” con “famiglie”. In questo modo si voleva introdurre in un documento internazionale l’equiparazione alla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna ogni forma di legame: unioni di fatto, coppie omosessuali, rapporti poliamorosi o poligamici. Alla fine venne fuori una espressione di compromesso, “La famiglia nelle sue varie forme”, dove veniva salvata l’unicità della famiglia naturale pur riconoscendo l’esistenza di non meglio specificate peculiarità legate alla cultura e alle tradizioni locali.

Tale formula è stata poi riconfermata in tutti i documenti ufficiali dell’Onu, ma la battaglia non è finita lì e ciò che non è stato possibile affermare in linea di principio si cerca di realizzarlo di fatto. “Praticamente tutto ciò che fa l’Onu in materia di politica sociale – dice ancora Austin Ruse – costituisce una minaccia potenziale per la famiglia. Basti pensare alla forte pressione – talvolta coercitiva – per indurre i Paesi a ridurre i tassi di fertilità. E’ un attacco al cuore della vita della famiglia, che è il baluardo contro perniciose influenze esterne. Come può un burocrate che risiede nella First Avenue di New York sapere quanti figli debba avere una famiglia che vive nel Botswana?”.

Peraltro si cerca di rendere comune e accettabile il termine famiglie in modo subdolo, ovvero usando sempre più spesso l’espressione “famiglie” in documenti informali o di presentazione delle iniziative. Ad esempio il tema scelto per la Giornata del prossimo 15 maggio è “Padri e famiglie: responsabilità e sfide”. Ma l’esempio più clamoroso lo si trova nel sito ufficiale delle Nazioni Unite dedicato alla Giornata: sebbene tutte le risoluzioni dell’Assemblea Generale facciano esplicito riferimento alla Giornata e all’Anno Internazionale della Famiglia, il sito è dedicato alla Giornata Internazionale delle Famiglie.

Non sembri una questione di poco conto: all’Onu è normale che si combatta aspramente su ogni parola o concetto, perché i documenti internazionali sono spesso usati per “rovesciare” le legislazioni nazionali, e se anche nei testi ufficiali si affermassero le “famiglie” sarebbe la fine per la “famiglia”.

sabato 10 maggio 2008

Golpe di Hezbollah in Libano. Che farà l'Occidente?

Un sanguinoso colpo di Stato che punta a rafforzare l'influenza di Siria e Iran in Libano: il premier Fuad Siniora ha definito così gli scontri di Beirut. La capitale, e con essa il Libano, da ieri è isolata e deserta: chiusi il porto e l'aeroporto, regna la pace di Hezbollah. Il Partito di Dio ha preso il controllo di tutti i quartieri sunniti costringendo alla resa i miliziani di Al Mustaqbal, il movimento di Saad Hariri, mentre sette persone sono rimaste uccise questa mattina in scontri a fuoco ad Aley, circa 20 km a est di Beirut, tra i miliziani di Hezbollah e i drusi del Partito socialista progressista di Walid Jumblatt. Combattimenti si sono registrati nella notte a Sidone, dove due persone sarebbero rimaste uccise, ed a Tripoli. Sei morti anche a un funerale sunnita a Beirut e altri cinque ad Halba, nella regione di Akkar a nord di Tripoli. Il bilancio complessivo sale così ad oltre 30 morti da mercoledì scorso.

La cosa più preoccupante è che l’attività di Hezbollah si va estendendo in tutta la fascia centrale del Libano. L’obiettivo sembra essere il disarmo di ciò che resta di Al Mustaqbal e delle milizie druse nell’area centro-meridionale del Paese, creando in tal modo un blocco sciita di fatto in perfetta continuità territoriale con la Siria. Una prospettiva da incubo che sta già allarmando Israele e i vertici militari di UNIFIL

Di fronte a questo scenario il governo Siniora non può far niente. Anzi, il governo Siniora non esiste più perché un governo che è non in grado di imporre e far rispettare le proprie decisioni non è più tale. Quello che abbiamo davanti è pertanto un colpo di stato. Le decisioni governative che hanno innescato la reazione di Hezbollah sono state solo il pretesto per un’azione che, ci dicono fonti libanesi, era programmata da mesi. Il premier legittimo è prigioniero nei suoi uffici, protetto, si fa per dire, dall’esercito. Hariri, il vero obiettivo dell’azione di Hezbollah in qualità di “azionista” più significativo della maggioranza governativa, è assediato nella sua abitazione; Jumblatt si è rifugiato chissà dove, forse nelle sue roccaforti sul Monte Libano o ancora nella stessa Beirut.

E l’Occidente? L’ONU, l’Unione Europea? Inerti, presi alla sprovvista dalla rapidità degli eventi, ma soprattutto impotenti di fronte alla prospettiva della trasformazione del Libano in avamposto siro-iraniano sul Mediterraneo. Sentite Ban Ki-Moon: “A Beirut è necessario il confronto politico”. Il problema è tra chi, visto che una parte, il governo, ha alzato bandiera bianca. In quanto a comicità, peggio ha fatto solo l’Unione Europea che, ancora stamattina, ribadiva il pieno appoggio ad un morto, ovvero il governo Siniora. Probabilmente a Bruxelles non si sono accorti come la situazione abbia assunto una dinamica nuova, ancor più drammatica per le conseguenze che potrebbe portare: a Beirut adesso comanda Hezbollah insieme ai suoi alleati di Amal e del Partito Nazionale Socialista Siriano, quest’ultimo bieca emanazione del servizio segreto di Damasco.

In Italia, il nuovo ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha assicurato un ponte aereo pronto ad evacuare gli italiani che si trovano in Libano. Ma il nuovo inquilino della Farnesina dovrà anche pensare a come recuperare il Libano per evitare che il cerchio ai danni di Israele si chiuda una volta per tutte. Come se non bastasse, tra i due fuochi ci sono sempre i 13.000 caschi blu di UNIFIL, di cui 2.500 italiani. Le carte in tavolo sono cambiate anche per loro. Uno dei compiti principali di UNIFIL era di supportare il governo Siniora. Questo compito oggi è venuto meno perché un governo, in Libano, non c’è più. O meglio, c’è ma non è quello che fino al 6 maggio tutte le potenze occidentali hanno sostenuto, almeno a parole.

Ora in Libano sono Siria e Iran ad avere il bastone del comando. Se la prospettiva che va delineandosi in queste ore dovesse consolidarsi, Damasco otterrebbe la tanto auspicata continuità territoriale con il Libano, e così un agile accesso al mare da Beirut, e l’Iran il fondamentale vantaggio geopolitico dato da uno sbocco sul Mediterraneo. E’ bene quindi che i paesi europei e gli Stati Uniti aprano finalmente gli occhi e inizino a misurarsi con la realtà. Lo stesso devono fare Egitto e Arabia Saudita che non possono permettersi che il Libano diventi un satellite di Damasco e Teheran. Gli USA hanno già i loro problemi in Iraq e Afghanistan, ma non possono permettersi di perdere il Libano lasciando solo Israele a fronteggiare Hezbollah, Siria ed Iran. E questa volta gli europei, in particolare Francia e Italia, non potranno tirarsi indietro, ne va del loro prestigio, della vita dei loro soldati a sud del Litani e di ciò che resta della loro influenza nel Mediterraneo Orientale. Bisogna agire, e presto, prima che la destabilizzazione iraniana trabordi dal Libano per incendiare definitivamente tutto il Medio Oriente.

di Pietro Batacchi

Tutta l'Europa gira a destra

di Gianni Baget Bozzo - 10 maggio 2008.

L'unico governo dell'Europa occidentale che è rimasto a sinistra è il governo di Josè Luis Rodriguez Zapatero. Ma lo è perché il Partito Popolare non è post-democristiano, ma post-franchista. Altrove la forza propulsiva della sinistra sta perdendo quota. Le elezioni italiane, in un paese in cui la grande narrazione della sinistra aveva dominato non solo la politica ma anche la cultura, lo rendono evidente. La narrazione della sinistra è tutta interna alla storia dell'Occidente: la sinistra si è pensata come il soggetto della storia mondiale chiamato a redimere il capitalismo dalle sue colpe originarie. E' proprio a causa di questo limite di storia interna all'Europa - e all'Europa occidentale - che il socialismo come orizzonte ha perso senso e ormai ha ceduto tutta la sua capacità di valere come orizzonte morale.

Invece, in Europa occidentale, subentra una paura, nata dalla coscienza che il mondo euro-americano non è più il centro del mondo e che esso si avvia a diventare una periferia di fronte all'emergere del «modo di produzione asiatico» in Cina - ormai in termini diversi da quello che pensava Marx - o della capacità di creatività tecnologica della cultura che inventò lo zero in matematica, l'India. E poi il Vietnam, l'Indonesia. E poi il grande mare verde, l'oceano islamico, da Casablanca a Giakarta. Attraverso l'India, in cui esiste, in un regime democratico a predominanza induista, la maggior comunità islamica del mondo in uno Stato. E poi l'America latina, dove il Brasile scopre l'etanolo e diviene una grande potenza economica, mentre l'orizzonte politico sta tra il centro e la sinistra, sempre con accenti anti-yankee. Anche l'America non è più la stessa, se Barack Obama esprime il fascino della ricerca di un destino diverso da quello che la politica dei due partiti dominanti e delle loro dinastie, Clinton e Bush, aveva offerto sinora.

Dov'è l'Europa occidentale in questo grande mondo che cambia? E poi la Russia di Putin alleato o nemico: l'ortocrazia serve a difendere lo spazio russo dall'immigrazione cinese e a mantenere un'influenza nel Caucaso e nei paesi turcofoni? Oppure Putin, non essendo democratico in senso occidentale, non è più nemmeno pensabile come amico di fronte ai medesimi nemici, potenziali o attuali? E poi la sfida ecologica, importante nell'opinione pubblica mondiale: se Al Gore sarà il decisore della scelta tra Hilary ed Obama. E se il patriarca di Costaninopoli, Bartolomeo I, che in Turchia è il parroco del Fanar e non il patriarca ecumenico, viene preferito a Benedetto XVI nell'elenco delle cento persone più influenti nel mondo. Poi vi è l'incertezza sul fatto che le istituzioni possano controllare gli strumenti prodotti dall'informatica: il timore è che essi possano sfuggire al controllo dell'uomo creando realtà superintelligenti oltre la ragione umana ma senza cuore umano.

Il mondo diviene una realtà in tutte le nazioni, in tutte le politiche. Si incrocia con le politiche locali e finisce per condizionarle. L'orizzonte dell'uomo di oggi non riesce più ad essere nazionale, ma diviene inevitabilmente mondiale: il problema della futura civiltà si dispone con un interrogativo non risolto sulle scelte immediate che stanno dinanzi a cittadini ed elettori e condizionano i governi che essi eleggono. E' questo sentimento mondiale che porta l'Europa fuori dalla narrazione del secolo scorso, che la sinistra esprime ancora come orizzonte morale. E' per questo bisogno di rassicurazione sul fatto che l'Europa rimanga Europa che gli europei si rivolgono ai governi di destra: perché non hanno miti e non hanno soluzioni, sono più simili ai cittadini che li votano.

L’EUGENETICA RIENTRA DALLA FINESTRA

di Francesco D’Agostino.

E’ un dovere per tutti, anche per i ministri e le ministre, rispettare la legge. È doveroso rispettarne la lettera e, ancor più, lo spirito. E soprattutto è doveroso per tutti, anche per le ministre, praticare l’onestà intellettuale: non ci si può ad esempio vantare di applicare «rigorosamente » una legge (come ha fatto la ministra Livia Turco nel comunicato che accompagna l’emanazione delle nuove Linee guida di applicazione della legge sulla Procreazione assistita), quando se ne viola lo spirito – e con ogni probabilità anche la lettera.La legge 40/2004 – che invano, ricordiamocelo, si è cercato di abrogare tramite referendum – prende le mosse da due principi fondamentali: la doverosa tutela dell’interesse procreativo delle coppie sterili, che intendano ricorrere alle tecniche di procreazione assistita; la doverosa garanzia, nell’applicazione di queste tecniche, dei diritti del nascituro, primo tra tutti quello di venire al mondo. Il riferimento che la legge fa alla sterilità, come presupposto per l’accesso alle pratiche di procreazione, è essenziale, per mantenere loro un doveroso carattere terapeutico ed escluderne qualunque uso a fini di mera manipolazione. Per garantire il diritto alla vita del nascituro, la legge impone (salvo casi eccezionali) di produrre in provetta solo quegli embrioni (al massimo tre) per i quali la donna sia disposta ad accettare il trasferimento in utero e vieta rigorosamente qualsiasi forma a carico degli embrioni di selezione eugenetica.Le nuove Linee guida violano palesemente ambedue questi principi. Innovando alla precedente regolamentazione, esse ammettono alla fecondazione assistita coppie, il cui partner maschile sia portatore di patologie sessualmente trasmissibili. L’argomento utilizzato dalla ministra per giustificare questa disposizione è che a tali uomini andrebbe riconosciuto «uno stato di infertilità di fatto »: categoria, questa, scientificamente priva di senso (dato che costoro sono comunque in grado di procreare) e giuridicamente ambigua: un uomo potrebbe ad esempio essere ritenuto «di fatto » non fertile, solo perché privo di partner femminile (magari intenzionalmente, come può avvenire nel caso degli omosessuali). La realtà è che alterando con le nuove Linee guida l’ancoraggio della legge 40 alla sterilità, si muta in radice tutto lo spirito della legge.Ancora più grave un’altra innovazione delle Linee guida appena pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Si ribadisce la disposizione che proibisce di sottoporre gli embrioni creati in provetta a diagnosi pre-impianto a finalità eugenetica, ma si cassano i paragrafi delle vecchie linee guida che limitavano le indagini sullo stato di salute degli embrioni a quelle strettamente «osservazionali». La posta in gioco è chiara: aprire la strada a test genetici pre-impiantatori. Con due risvolti: il primo concerne la salute degli embrioni, perché qualunque diagnosi che non sia meramente osservazionale ne pone a rischio la sopravvivenza (contraddicendo dunque lo spirito della legge, che vuole salvaguardare il loro diritto alla vita). Il secondo risvolto è ancora più grave: vengono ad essere di fatto consentite le diagnosi a finalità eugenetica, pur formalmente proibite dalla legge. Quando infatti, grazie a un test genetico, si informasse la donna che dei due o tre embrioni procreati in provetta uno solo è portatore di una qualsiasi patologia (anche se pienamente compatibile con la sopravvivenza) l’esito probabile sarebbe la richiesta della donna di accogliere in utero solo gli embrioni 'sani' e di escludere dall’impianto l’ embrione 'malato' (e basterebbe già sottolineare il carattere solo probabilistico dei test genetici per rilevare la gravità bioetica di simili pratiche, che portano inevitabilmente alla distruzione di embrioni sani). La stessa strada potrebbe essere percorsa per selezionare il sesso del nascituro, trasferendo in utero, dopo un adeguato test genetico, solo l’embrione del sesso desiderato.L’eugenetica, tenuta fuori dalla porta, rientra così dalla finestra. È innegabile che esista in molte coppie un desiderio di selezione eugenetica dei nascituri (desiderio in alcuni casi, come quelli di patologie estremamente gravi, anche umanamente comprensibile), ma è altrettanto innegabile che questo desiderio non è compatibile col rispetto per le vite create in provetta. Non solo la lettera, ma anche e soprattutto lo spirito della legge 40 a favore della tutela della vita embrionale sono inequivocabili: le nuove Linee guida alterano significativamente l’una e l’altro.Eppure dovremmo tutti, anche le ministre – e soprattutto le ministre di un Governo giunto alla fine del suo mandato –, rispettare con onestà intellettuale la legge vigente, sia nella sua lettera che nel suo spirito.

Avvenire 1 maggio 2008

Il capitalismo fa sempre bene, ben temperato

Talvolta va però protetto da se stesso. Con un bel libro a cui attingiamo, lo dicono due specialisti, uno indiano e l’altro italiano, che ci mettono in guardia da quei liberisti che finiscono per farsi protezionisti. Ovvio, scattano le critiche: ma sono manna perché il dibattito sta tutto sulla necessità di regole vere.

di Raghuram G. Rajan e Luigi Zingales

Il punto fondamentale di questo libro è che i liberi mercati, forse l’istituzione economica più benefica nota al genere umano, poggiano su fondamenta politiche fragili. In un’economia di mercato competitiva, sono le decisioni di una miriade di partecipanti anonimi a determinare i prezzi, i quali a loro volta determinano che cosa viene prodotto e chi viene ricompensato. La mano invisibile del mercato si sostituisce ai burocrati e ai politici in tutte queste decisioni. Ciò ha dato luogo all’erronea percezione che i mercati non abbiano bisogno dello stato. Ma i mercati non possono prosperare senza l’intervento visibile dello stato, indispensabile per realizzare e mantenere l’infrastruttura che consenta ai partecipanti di commerciare liberamente e con fiducia.È qui che nasce la tensione politica: le stesse difficoltà di organizzare azioni collettive che rendono necessario l’intervento dello stato impediscono al pubblico di fare in modo che il governo agisca nel pubblico interesse. Gli interessi privati organizzati possono quindi avere la meglio sui più vasti interessi pubblici. Lo scenario da incubo, che si è presentato in passato, si ha quando, con il pretesto di conquistare maggiore sicurezza per i disagiati, le classi dominanti ottengono invece la propria sicurezza sopprimendo il mercato. Chi ci rimette è il libero mercato e tutti coloro che vi si rivolgono in cerca di nuove opportunità.

Abbiamo delineato alcuni scenari che potrebbero causare un rapido incremento del numero dei disagiati, sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo. Abbiamo spiegato, inoltre, che genere di élite può avere maggiore interesse a nutrirsi delle paure e speranze dei disagiati.Descritti i pericoli, passiamo a proporre alcune soluzioni. Date le tensioni che stanno alla base del problema, la cura miracolosa non esiste. Sollecitare un intervento massiccio dello stato implica il rischio che l’intervento sia manipolato dall’establishment. Invocare la neutralizzazione dello stato significa correre il rischio che l’infrastruttura necessaria rimanga sottosviluppata e che il mercato sia oltremodo esposto a una violenta reazione politica durante l’inevitabile processo di distruzione. L’unica via di uscita è formulare una serie di proposte che possano controllarsi ed equilibrarsi a vicenda in modo tale che lo stato sostenga il funzionamento del mercato, ma senza intromettersi. Ogni proposta, presa singolarmente, può sembrare buona, o anche controproducente. Ma insieme costituiscono una forza a sostegno dei mercati.

Le nostre proposte si fondano su quattro pilastri. In primo luogo, le élite hanno meno capacità a frenare il mercato quando sono più potenti, e meno interesse quando sono più competitive. Quindi è importante garantire che la proprietà non sia concentrata nelle mani di pochi, e che chi la possiede sia capace di utilizzarla in maniera efficiente. In secondo luogo, la competizione crea degli sconfitti. È essenziale disporre di una rete di protezione per i disagiati, che non consenta loro soltanto di superare i periodi ciclici di flessione economica ma che li aiuti a riprendersi dalla perdita completa di una carriera lavorativa. In terzo luogo, è possibile limitare lo spazio di manovra politica mantenendo aperti i confini. Ovviamente, in casi estremi, i confini vengono chiusi forzatamente dai gruppi antimercato, ma è per questo che i quattro pilastri si sostengono l’un l’altro. Infine, il pubblico deve essere reso più consapevole dei benefici che trae dai mercati e degli svantaggi determinati da politiche anticoncorrenziali apparentemente innocue, in modo tale che sia meno disposto a restare passivamente a guardare. Esaminiamo le proposte in dettaglio.

L’establishment e il mercato.
Non possiamo cancellare il dato di fatto che il potere economico si traduce in potere politico. Per quanto buona sia la legge sui finanziamenti elettorali, una certa forma di regola aurea (chi ha l’oro detta le leggi) sarà sempre valida. Ma il legame tra il potere economico e quello politico è particolarmente problematico in due casi. Se il potere economico è concentrato nelle mani di poche élite, queste possono fare affidamento sulla propria influenza politica per raggiungere obiettivi economici e non sentire il bisogno di introdurre regole trasparenti che rendano il mercato accessibile a tutti. Questo rappresenta un problema ben più grave in quei paesi che non dispongono di una solida infrastruttura di mercato, perché gli stimoli a crearla sono di conseguenza ulteriormente ridotti. Ma quando le élite sono inefficienti, non si limitano ad essere indifferenti verso i mercati ma tentano di sopprimere attivamente la competizione per tutelare le proprie posizioni.I due problemi sono correlati. Un esempio può aiutare a fare chiarezza. Il commercio dei diamanti in India è dominato da una piccola comunità di giainisti Palanpuri del Gujarat. Per quasi mezzo secolo questi commercianti hanno lavorato in segretezza, trattando in gran parte con i membri di altre grandi famiglie e senza sottoscrivere contratti legali, per acquistare, tagliare, lucidare e rivendere diamanti in tutto il mondo. Il loro successo è stato enorme, tanto che oggi, nel mondo, nove diamanti su dieci passano dall’India. Il motivo per cui questo sistema ha funzionato finora in un paese con un sistema giuridico scricchiolante è che è fondato sulla fiducia.

La comunità ostracizza chiunque violi gli accordi impliciti tra i commercianti. Il problema, tuttavia, è che gli outsiders non possono prendere parte al sistema, e gli insiders non hanno stimoli a realizzarne uno più trasparente e concorrenziale: è più facile creare fiducia quando i profitti sono abbondanti e il commercio è circoscritto a un piccolo gruppo di persone ben conosciute.La concentrazione del commercio nelle mani di pochi può essere dannosa anche nel caso in cui il sistema smetta di funzionare. E ci sono segnali di questo a mano a mano che il commercio si estende e si rende necessario fare affari con un numero sempre maggiore di outsiders: recentemente uno spedizioniere è scappato trafugando diamanti per un valore di 10 milioni di dollari, e due operatori di Bombay hanno perso tutto il denaro dei loro clienti in speculazioni di Borsa (per la vergogna entrambi si sono tolti la vita). Ma i membri della comunità giainista non accettano volentieri la modernizzazione e la professionalizzazione, per quanto necessarie, perché queste trasformazioni porterebbero anche la concorrenza. Perciò i cambiamenti stanno avvenendo lentamente, forse anche troppo. Il punto è che la concentrazione del potere economico, benché attualmente favorevole, non deve per forza rimanere sempre tale, in particolare se i pochi privilegiati fanno affari a modo loro.

Tutto questo ci indica due obiettivi: impedire l’eccessiva concentrazione del potere economico – obiettivo che riguarda in modo particolare i paesi in via di sviluppo – e fare in modo che chi controlla le risorse economiche sia in grado di usarle efficientemente.I due obiettivi sono spesso, ma non sempre, compatibili. È chiaro, ad esempio, che la politica del sottoporre le imprese alla concorrenza esterna aiuta a mantenerle efficienti: un settore protetto ha ben pochi stimoli a essere competitivo e utilizza le sopravvenienze attive dovute alla posizione privilegiata per ottenere ulteriori protezioni tramite pressioni politiche, anziché a scopi di ristrutturazione. Il modello di automobile indiana Ambassador (una versione della britannica Morris Oxford) fu introdotto sul mercato nel 1957 e venduto quasi senza innovazioni fino al marzo del 2002, per il semplice fatto che per gran parte della sua storia la concorrenza interna è stata irrilevante, e quella straniera inesistente. Anche una cosiddetta cessazione temporanea della disciplina, come nel caso dei recenti dazi sull’acciaio negli Stati Uniti, destinati a scomparire nel giro di pochi anni, rischia di creare élite che, incapaci di competere, si battono per rendere le barriere permanenti.Ma al fine di competere nella giusta misura in un mercato globale, un’impresa di un piccolo paese può finire per rappresentare una fetta consistente della produzione economica del paese. Aziende come Nokia, in Finlandia, hanno un’influenza notevole a livello nazionale. Bisogna vedere se queste aziende usano la propria influenza in maniera responsabile, aiutando a migliorare l’accesso di altri operatori al mercato, o se invece l’utilizzano per restringere l’accesso e monopolizzare le risorse nazionali; questo determina se sia necessario o meno mettere in moto ulteriori strumenti politici.

Antitrust per la politicaUno di questi strumenti è la legislazione antitrust. Le leggi antitrust sono state concepite fino a oggi nel contesto del mercato dei prodotti: i legislatori si domandando se un’azienda assorbe una parte troppo consistente della produzione, se esiste o si sta sviluppando una concorrenza esterna che contribuisca a contenere i prezzi, ecc. Queste leggi sono state utilizzate per impedire alle aziende di monopolizzare interi settori e ricavare dai consumatori profitti sopra la norma. Un ulteriore effetto benefico è che la concorrenza contribuisce a mantenere le imprese competitive impedendo loro di assaporare la vita tranquilla e debilitante tipica del monopolio.Ma è importante che i paesi prendano in considerazione anche l’ipotesi di una versione politica della legge antitrust: una legge che impedisca a un’azienda di crescere al punto tale da esercitare un’influenza sulla politica nazionale ed essere in grado di soffocare le forze del mercato. Elaborare con precisione una legge di questo tipo comporta evidenti problemi, ma negli Stati Uniti è già implicitamente in vigore, in particolare nel settore finanziario. L’attacco di Andrew Jackson alla Second Bank degli Stati Uniti (l’allora banca centrale) negli anni ’30 del XIX secolo, lo smantellamento di Standard Oil del magnate John D. Rockefeller nel 1911, la creazione della Federal Reserve nel 1913 per controbilanciare lo strapotere dei Morgan, il Glass-Steagall Act del 1933 volto ad arginare il potere delle grandi banche nazionali, e le cause in corso contro Microsoft possono considerarsi tutte conseguenze di un’implicita legge antitrust per la politica. C’è il rischio che una legge con queste caratteristiche sia soggetta ad abusi contro chi non è nei favori del governo. Ecco perché ha senso solo come parte integrante della nostra proposta complessiva, che comprende altri strumenti di controllo ed equilibrio sul governo.

L’imposta patrimonialeUna modifica del sistema fiscale offre un’ulteriore possibilità di creare stimoli all’efficienza. Nell’attuale sistema di imposte sul reddito, chi produce di più paga di più. Di conseguenza, i manager efficienti che producono di più devono dividere con lo stato, sotto forma di tasse più elevate, i guadagni addizionali meritati con la propria efficienza. Lo stato, inoltre, assorbe una parte delle perdite dei manager incompetenti (incassando meno tasse). Ma tutto ciò favorisce chi è inefficiente. Chi spreca risorse facendo spese lussuose e stravaganti o chi effettua gli investimenti sbagliati è aiutato dal sistema fiscale che assorbe parte di queste spese o perdite, mentre i manager efficienti risultano penalizzati perché una parte del loro valore aggiunto finisce allo stato.Non tutti i sistemi fiscali hanno tali conseguenze. Un’imposta basata sulla proprietà (e non sul reddito) tende a penalizzare gli inefficienti e premiare gli efficienti. Per capire come, prendiamo in considerazione un’imposta dell’uno per cento su tutti i beni produttivi che una persona possiede direttamente. Su un terreno agricolo del valore di un milione di dollari l’imposta ammonterebbe a 10 000 dollari. Supponiamo che un aspirante scrittore proveniente dalla città e amante della campagna ma non molto abile a coltivare la terra riesca a farla fruttare per soli 5000 dollari in termini di reddito netto. Oltre a versare allo stato tutti i proventi della coltivazione, deve cercare di ricavare altrettanto da qualche altra parte. Se i suoi libri non vendono o non riesce a fare pressioni per ottenere sussidi agli agricoltori, sarà costretto a vendere la terra a qualcuno in grado di coltivarla meglio.

Mettiamolo a confronto con un agricoltore locale che conosce il mestiere e riesce a far fruttare fino a 100000 dollari lo stesso pezzo di terra. Solo un decimo del suo reddito finisce in tasse. E cosa più importante, se riesce a migliorare la produttività dei campi incrementando il proprio reddito a 150 000 dollari, tiene per sé tutti i guadagni aggiuntivi anziché solo una parte di essi come accade in un sistema di imposte sui redditi. Può inoltre espandersi acquistando la terra del dilettante cittadino. Egli non ha il minimo interesse a lottare per i sussidi agli agricoltori o le barriere commerciali contro i prodotti stranieri: i sussidi manterrebbero il dilettante sul mercato impedendo a lui di espandersi, e le barriere commerciali darebbero luogo a provvedimenti simili da parte di altri paesi che ostacolerebbero la vendita all’estero dei suoi prodotti. In tal modo, un’imposta patrimoniale favorisce i produttori efficienti e contribuisce a consolidare le forze favorevoli al mercato.Alcuni lettori potrebbero domandarsi perché un libero mercato fondiario non porti a un’efficiente allocazione delle risorse. In altre parole, per quale motivo il bravo contadino non liquida lo scrittore inefficiente? Il problema è che lo scrittore ricava dalla terra un valore psichico, non monetario, che compensa la sua incompetenza nel coltivarla. Questo reddito psichico non è tassato. Di conseguenza, anche nel caso in cui il reddito psichico dello scrittore non compensi la perdita di quello monetario, il contadino avrà difficoltà a liquidarlo.

Nell’attuale sistema fiscale il reddito psichico è esente da imposte mentre chiunque produca un reddito monetario deve farsi carico dell’onere fiscale. Perciò, a parità di tutti gli altri fattori, il produttore del reddito monetario è disposto a pagare meno per una proprietà rispetto a chi ne ricava un reddito psichico. Analogamente, il regime fiscale attuale sovvenziona la sopravvivenza di uomini d’affari incompetenti che ricavano un vantaggio personale nel dirigere le aziende. Simili inefficienze possono essere evitate passando da imposte sul reddito generato dalla proprietà a una tassa sul valore della proprietà stessa.Esistono certamente alcuni problemi relativi al modo di amministrare un sistema di questo tipo. Ad esempio, come misurare il valore della proprietà? Non è possibile misurarlo sulla base del valore dei beni al momento in cui questi sono sotto il controllo del produttore inefficiente, perché ciò ne farebbe scendere artificialmente il valore e di conseguenza ridurrebbe anche gli oneri fiscali a carico del proprietario. Per evitare di ricompensare l’incompetenza, il valore andrebbe misurato come il valore di mercato di questa proprietà se gestita dal manager medio. Esistono metodi che permettono di fare questa stima con precisione. I problemi legati all’amministrazione di un sistema basato sull’imposta patrimoniale non sono a nostro avviso maggiori rispetto alle complessità che caratterizzano il sistema delle imposte sul reddito.La principale argomentazione contro l’imposta patrimoniale è sempre stata che scoraggerebbe gli investimenti. In presenza di certi presupposti relativi al momento in cui l’imposta è introdotta, in effetti è così: per un dato livello del gettito fiscale, l’imposta patrimoniale diminuisce gli incentivi all’investimento più di quanto non faccia l’imposta sul reddito. Ciò è tuttavia compensato dai vantaggi che un sistema basato sull’imposta patrimoniale offre nell’allocare la proprietà in mani più efficienti, il che contribuisce sia al generale benessere della società, sia alla stabilità del sistema del libero mercato. Perciò appare sensato trasferire almeno parte degli oneri fiscali dal reddito alla proprietà.

Per gentile concessione dell’agenzia Luigi Bernabò Associates

I piani di Stalin per conquistare il mondo

In Germania è uscito un nuovo saggio di Bogdan Musial nel quale viene spiegata la strategia di Stalin di utilizzare la guerra per promuovere una rivoluzione planetaria…

Non è raro accada in Germania, che per mettere in discussione tabù storici altrimenti indiscutibili si debba attendere il coraggio e l’intraprendenza di storici di altra nazionalità.E’ di questi giorni la pubblicazione di un nuovo saggio di Bogdan Musial (“Kampfplatz Deutschland, Stalins Kriegspläne gegen den Westen”, Propyläen Verlag, Berlin 2008), polacco, che nel 1985 ricevette asilo politico dalla Repubblica Federale, per poi diventare naturalizzato tedesco nel 1992. Specializzatosi nel 1998 con un dottorato sulla condizione degli ebrei nei territori polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale, da quello stesso anno Musial ha all’attivo una lunga collaborazione con l’Istituto Storico Tedesco di Varsavia, grazie alla quale ha potuto studiare i documenti, prima inaccessibili, relativi ai crimini compiuti dai sovietici in Polonia attraverso il N. K. V. D. Inutile aggiungere che il suo lavoro di verifica dei fatti attraverso i documenti lo espone alla facile e superficiale accusa di “revisionismo”.Fin dall’introduzione s’intende quale fosse l’obiettivo dello storico: dimostrare come dall’inizio, dal putsch dell’ottobre 1917, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i bolscevichi, mossi dall’idea della rivoluzione mondiale, abbiano perseguito l’espansione verso ovest (“Chi possiede Berlino”, aveva detto Lenin, “possiede l’Europa”). Il fallimento dell’ultimo tentativo rivoluzionario tedesco dell’ottobre 1923, sostiene Musial, avrebbe convinto Stalin e suoi a scegliere la guerra quale strategia per suscitare la rivoluzione planetaria.E’ noto quanto sia a tutt’oggi limitato l’accesso alle fonti di ciò che accadde in quei decenni dietro le mura del Cremlino: ha tanto più valore dunque il fatto che allo storico polacco-tedesco siano stati consentiti l’accesso agli archivi di partito, statali e militari di Mosca e Minsk, la visione dei protocolli segreti del Politburo, degli atti del Komintern, dei rapporti della polizia segreta (GPU), dei protocolli delle sedute del Consiglio Superiore di Guerra, come pure dei documenti riguardanti le principali figure della nomenclatura bolscevica (Kaganovic, Malenkow, Molotov, Voroshilov ed altri).Musial ricorda come figura centrale del gigantesco programma di armamento dell’URSS sia stato il maresciallo Michail Tuchacevski, cui venne affidato il piano quinquennale (dall’ottobre 1928) secondo il quale andavano costruiti 50. 000 carri armati e 40. 000 aerei. Il “compagno Tuchski” sostenne tra l’altro la necessità dell’“annientamento totale dell’esercito nemico” attraverso “il massiccio impiego” di quelle armi chimiche già sperimentate nel 1921 contro i contadini nel distretto di Tamobv, a sud-est di Mosca.Musial ricostruisce in maniera efficace lo stretto, inevitabile rapporto instauratosi tra la ricerca delle risorse finanziarie necessarie per sostenere la politica d’armamento e i piani di sviluppo industriale e di produttività della terra. Nel descrivere i processi di “accumulo socialista” attraverso la collettivizzazione forzata ricorda i circa 12 milioni di morti causati dalla fame in Ucraina e nella Russia meridionale nei primi anni Trenta. “La collaborazione di migliaia di ucraini, russi, tatari, cechi e altri”, arriva a sostenere Musial, “con gli occupanti tedeschi negli 1941-1944 non è comprensibile se si ignorano quel terrore di massa e quei milioni di morti provocati dal comunismo negli anni Trenta. ”Pur senza mettere in discussione il fatto che la campagna hitleriana contro l’Unione Sovietica sia stata una guerra d’aggressione, Musial giunge alla conclusione che con l’attacco iniziato il 22 giugno 1941, Hitler avrebbe anticipato la pianificata offensiva dell’URSS alla Germania. Facile intendere come la riproposizione di questa tesi, sostenuta anche da altri storici (Walter Post, Heinz Magenheimer, Joachim Hoffmann e Stefan Schell), non farà che rianimare un dibattito tutt’altro che risolto.

Vito Punzi.
L'Occidentale 4 maggio 2008

Il colpo di mano di Livia Turco

FOGLIO – 1 maggio 2008

Roma. L’emanazione in zona Cesarini delle nuove linee guida della legge 40 ha, come scopo non secondario, quello di buttare un bel petardo tra i piedi della maggioranza. Ora investita della responsabilità di decidere se tenersi quel provvedimento così com’è, con tutte le sue ambiguità e con le porte spalancate alla diagnosi eugenetica preimpianto, oppure se cambiarla, con il rischio di riaprire vecchie crepe e turbare equilibri delicati.

Non è difficile immaginare che a questo abbia pensato la ministra Livia Turco, che quel testo lo aveva firmato l’11 aprile ma se l’è tenuto nel cassetto fino a ieri, per non turbare la propria, di maggioranza, in vista delle elezioni. Senza contare che l’emanazione di un atto che nessuno potrebbe definire “di ordinaria amministrazione” appare una scorrettezza istituzionale, come dice al Foglio il professor Francesco Saverio Marini, docente di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata: “Al governo dimissionario tocca solo il disbrigo degli affari correnti e degli atti indifferibili e urgenti, gravati da scadenze prescrittive. Non era certo il caso delle linee guida della legge 40, che a questo punto toccavano al nuovo governo. Senza contare che la sentenza del Tar del Lazio, che nel nuevo testo è richiamata per giustificare l’eliminazione della parte che consente esclusivamente indagini di tipo osservazionale dell’embrione, ha rimandato la questione alla Consulta, la quale deve ancora pronunciarsi”.

Doppia scorrettezza di metodo, quindi, per l’iniziativa della Turco. Ma il peggio lo troviamo nell’analisi del merito del suo provvedimento, che apre, con l’aria di non volerlo fare, un importante varco nel divieto di pratiche eugenetiche contenuto nelle precedente linee guida, in osservanza ai principi della legge 40. Se è infatti formalmente conservato il divieto di “diagnosi preimpianto a finalità eugenetica”, in realtà lo si aggira, come spiega Eugenia Roccella (Pdl): “D’ora in poi potranno essere usate sull’embrione tutte le tecniche diagnostiche, compresi i test genetici, in teoria solo a fini ‘conoscitivi’. Ma anche la ministra Turco sa che l’indagine osservazionale, l’unica consentita in precedenza, ha lo scopo di informare la coppia su anomalie gravi e irreversibili dell’embrione, che ne impedirebbero lo stesso sviluppo in utero; la diagnosi preimpianto, invece, è un test genetico che individua patologie che non impediscono necesariamente la crescita e l’impianto dell’embrione, ma hanno un tasso di probabilità più o meno alto di manifestarsi nel feto o sucesivamente nell’adulto. Con queste informazioni, la coppia che ricorre alla procreazione assistita potrebbe rifiutare l’impianto dell’embrione ‘difettoso’”. Eugenetica significa selezione dei sani ed eliminazione dei malati, ed è quello che diventa possibile con la nuova versione delle linee guida.

“Può forse esistere una diagnosi preimpianto che non abbia scopi eugenetici?”: la domanda dell’associazione Medicina e Persona ha una sola possibile risposta, nei fatti, ed è negativa.

L’altro varco è l’estensione a coppie non infertili della possibilità di usare tecniche di fecondazione assistita, come nel caso delle situazioni in cui il maschio sia affetto da malattie sessualmente trasmissibili, quali il virus Hiv e quelli delle epatiti B e C. A queste coppie, le nuove linee guida riconoscono, come spiega Livia Turco nella lettera di accompagnamento del suo provvedimento, uno “statu di infertilità di fatto”, dovuto alla necessità di precauzioni nel rapporto sessuale. Un criterio ambiguo e suscettibile di ogni possibile ampliamento: perché non riconoscere l’infertilità “di fatto” alle coppie portatrici di disfunzioni genetiche, anche loro “costrette” a precauzioni per timore di un figlio malato?

E infatti ci ha già pensato Amica cicogna, che promette azioni legali in proposito, mentre la lobby della fecondazione senza limiti mostra apprezzamento per le nuove linee guida. Definite, sull’altro versante, “un colpo di mano” dall’Associazione Scienza & Vita, che chiede al nuovo governo di azzerarle e di “ripristinare la legittimità del risultato referendario”.

SE IL CLIMA DIVENTA UN ATTO DI FEDE

di Ruth Lea

Essere liberi di parlare — anche quando si è in errore — è il sintomo di una società che sta bene. L'attuale dibattito sui cambiamenti climatici è tipico di una società chiusa così convinta della sua virtù che persino il porre delle domande contrarie alle sue severe credenze equivale a macchiarsi di alto tradimento. Le sfide all'ipotesi oggi in voga hanno come risultato l'offesa nei modi più scorretti di chi ha idee contrarie alla visione corrente. Infatti, la sfortunata persona in questione finisce con l'essere etichettata come "negazionista del cambiamento climatico", un po' come un negazionista dell'Olocausto, tale è il bullismo di certi insulti.

Interrogarsi sull'ipotesi che il cambiamento climatico sia principalmente causato dalla CO2 prodotta dall'uomo, naturalmente non equivale a negarlo. In realtà, il cambiamento climatico è una caratteristica del nostro pianeta sin dalla sua origine. In 4.500 milioni di anni ci sono stati periodi in cui era sensibilmente più freddo e periodi in cui era sensibilmente più caldo di quanto sia oggi. Apparentemente, nel passato più recente, dai 4.000 agli 8.000 anni fa, era più caldo di adesso. Altri periodi caldi sono stati l'era della Roma classica ed il periodo medievale. Tra il XVI al XIX secolo venivano accesi fuochi sul fiume Tamigi completamente ghiacciato ed era tale il freddo negli Anni '70 che gli scienziati prevedevano una nuova era glaciale. Allora si pensava che saremmo morti ghiacciati, ora che moriremo arrostiti. È chiaro che altre variabili al di fuori delle emissioni antropogeniche di anidride guidano il cambiamento climatico.

Gli ambientalisti contro lo sviluppo dei Paesi ricchi qualche anno fa hanno convenientemente scoperto e adottato il surriscaldamento globale come un'arma assai potente in loro possesso per combattere le forze dello sviluppo economico. È davvero straordinaria la loro alta considerazione politica, costruita attraverso visioni apocalittiche di fame e pestilenze se non si smetterà di utilizzare carburanti di origine fossile. Ma quando le più oscure previsioni su un pianeta surriscaldato non si materializzeranno, sicuramente verranno fatte delle domande. E dovremmo allora notare che la temperatura globale non è cresciuta sin dall'entrata nel nuovo millennio e quest'anno molte zone dell'emisfero nord hanno patito un inverno furiosamente freddo. La domanda più esigente sarà sicuramente posta da coloro che hanno dovuto sopportare i costi più alti per "combattere" o "controllare" il cambiamento climatico, attraverso la restrizione delle loro emissioni e il conseguente innalzamento dei costi che ha messo a repentaglio la loro competitività

Nel 1997 il Protocollo di Kyoto è stato siglato da molti Paesi sviluppati (anche se non dagli Stati Uniti), inclusa l'Europa a 15. Il suo obiettivo era di mitigare e controllare il cambiamento climatico attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra (GHG), delle quali quelle di anidride carbonica costituiscono la parte più significativa. L'assunto fondamentale su cui si basava Kyoto era che l'ipotesi che vi fosse una connessione tra cambiamento climatico ed emissioni di gas serra fosse inequivocabilmente comprovata daj fatti e che, quindi, riducendo le emissioni il clima sarebbe stato in qualche modo tenuto sotto controllo. Idea scientificamente molto traballante, dal momento che tutti questi assunti non sono mai stati messi in discussione. L'Europa concordò sul taglio delle emissioni dell'8% in cinque anni, tra il 2008 e il 2012, sulla base della comparazione con il 1990.
Il target era ambizioso e rifletteva la volontà dell'UE di essere leader dei sostenitori del Protocollo di Kyoto. In base allo schema del burden sharing europeo, i diversi Stati membri hanno ricevuto vari target di emissione. La Germania, per esempio, ha concordato di tagliare il 21% (percentuale resa possibile dal collasso della maggior parte delle industrie dell'Est dopo la riunificazione) e il Regno Unito il 12.5%. Dall'altro lato, la Spagna ebbe il permesso di incrementare le sue emissioni del 15% e la Grecia del 25%. Dei 12 Stati membri, otto (inclusa la Repubblica Ceca) hanno un target dell'8%, sebbene l'Ungheria e la Polonia hanno un target del 6% e Cipro e Malta non ne hanno alcuno. La disciplina dell'Ue su questi target è stata — a voler essere buoni — quanto meno squilibrata.

Studi recenti dell'Agenzia europea per l'ambiente (Bea) suggerivano un taglio globale per l'Europa a 15 del 2% nel 2005, comparato sulla base dei dati del 1990. In realtà, l'Eea ha concluso che solo 3 Paesi su 15 avevano la possibilità di raggiungere i loro obiettivi utilizzando le misure esistenti: la Gran Bretagna, la Germania e la Svezia. Se, però, fosse stato autorizzato l'utilizzo programmato di stabilizzatori del carbone e i "meccanismi" di Kyoto, allora altri 5 Paesi avrebbero potuto raggiungere gli obiettivi, ossia il Belgio, la Finlandia, la Francia, il Lussemburgo e l'Olanda. I restanti 7, in ogni caso, non ci sarebbero riusciti e nemmeno l'Europa, nella sua interezza, avrebbe raggiunto l'obiettivo totale.

Nonostante gli scarsi risultati di molti Paesi europei nel raggiungere gli obiettivi di Kyoto, il Consiglio Ue ha deciso a marzo 2007 che l'Europa si sarebbe rigorosamente impegnata a realizzare almeno il 20% delle riduzioni di gas serra per il 2020. Se questo target verrà raggiunto è, naturalmente, lasciato a stime personali, ma ci si perdoni un po' di cinismo. Su questa stessa scia, il Consiglio europeo ha avallato un obiettivo anche più alto, del taglio del 30% entro il 2020, a condizione che gli altri Paesi in più avanzata via di sviluppo si adeguino alle stesse percentuali di riduzione e che quelli economicamente più avanzati contribuiscano adeguatamente, secondo le loro responsabilità e rispettive possibilità. Almeno, questo obiettivo così ambizioso riconosce tacitamente gli effetti potenzialmente avversi in termini di competitivita se si impongono tagli draconiani quando alcuni Paesi ad alta emissione, non ultimi Cina ed India, hanno intenzione di ignorare ogni appello per ridurre le loro emissioni.

Cina ed India, comprensibilmente, non vedono il motivo per cui dovrebbero frenare il loro sviluppo economico per amore di un'ipotesi non provata dai fatti. Come parte del processo di riduzione delle emissioni di Kyoto, l'Ue ha formulato l'Ets, ossia lo Schema per il Commercio delle emissioni, che e in sostanza un mercato per vendere "inquinamento" da CO2. L'Ets è uno schema di "cappello e commercio". Teoricamente, infatti, fissa un tetto alla quantità totale di CO2 che alcune industrie possono produrre e autorizza le varie aziende a "commerciare" le quote di emissione all'interno del mercato europeo. L'Ets è operativo da gennaio 2005; la prima fase si è conclusa nel 2007.

Lo schema potrebbe funzionare con successo se non fosse che la prima fase ha attirato tutta una serie di critiche. Il problema principale ha riguardato l'allocazione dei permessi agli Stati membri. Apparentemente, ai governi è stata lasciata libertà di scegliere i propri target, con poche restrizioni da parte della Commissione. Alcuni, inclusa la Gran Bretagna, hanno fissato target molto severi, mentre altri Stati, come la Germania, non hanno seguito lo stesso rigore. In più, c'è da dire che lo schema non ha affatto contribuito alla riduzione delle emissioni. La seconda fase, dal 2008 al 2012, naturalmente è già iniziata

La Commissione dichiara che sarà più intransigente e più giusta della prima, a causa della sua insistenza nell'aver posto un freno ad una sovra-allocazione di permessi. Ma c'è il rischio provato che la seconda fase possa essere altrettanto difettosa, anche se per motivi diversi. Queste ragioni si riferiscono al fatto che gli Stati membri non sono autorizzati ad "importare" crediti esterni a Kyoto dai Paesi in via di sviluppo al fine di raggiungere i loro target sulle emissioni. Il rischio è che alcuni di questi crediti non solo saranno scorretti, per non dire fraudolenti, ma potrebbero anche essere generati da progetti in Paesi in via di sviluppo che comunque sarebbero accaduti.

Concludendo, l'approccio di Kyoto di avere il controllo del cambiamento climatico, guidato da ambientalisti contrari allo sviluppo è così accuratamente scorretto che alla fine fallirà. I perdenti nell'esperimento politico mal consigliato di Kyoto saranno quegli Stati membri dell'Europa, e ogni Paese non Ue, che hanno accettato l'agenda di Kyoto e quindi adottato target per una dura e costosa riduzione delle emissioni. La Gran Bretagna è uno di questi Stati membri.

«Negli ultimi anni, ho assistito con sempre maggiore preoccupazione alle grida di “al lupo al lupo” lanciate dagli allarmisti del clima, che hanno spinto i governi europei a impegnarsi per ridurre drasticamente le emissioni di CO2, senza curarsi dei costi economici. (...) Ma considerando che il riscaldamento produce anche benefici oltre che costi, è tutt'altro che pacifico che il previsto incremento della temperatura, possa arrecare un danno alla popolazione mondiale. Invece, rallentare la crescita economica e ricadere nel protezionismo, passando a fonti energetiche a emissioni zero ma molto più costose, sarebbe estremamente oneroso e procurerebbe molti danni all'economia mondiale»
Nìgel Lawson - ex cancelliere dello Scacchiere Il Sole 24 Ore, 13 aprile 2008

giovedì 1 maggio 2008

Emergenza fame? Il cibo c'è, la crisi è politica

di Simona Beretta*

Ci sono alcuni elementi paradossali nella vicenda del rincaro dei prodotti alimentari e nelle sue drammatiche conseguenze sulla possibilità di accesso al cibo. Conviene innanzitutto ricordare che malnutrizione e fame non sono dovute alla mancanza di cibo in senso assoluto. La quantità di alimenti prodotta globalmente è infatti sufficiente a sfamare la popolazione mondiale. Gli studi su fame e malnutrizione mettono invece in evidenza la questione dell´accesso concreto ai prodotti alimentari, limitato da fattori economici - come l´estrema povertà - e talvolta culturali. Le bambine in talune aree sono ad esempio discriminate negativamente nella distribuzione del cibo. Il problema è complicato e difficilmente governabile, ma la complessità non può mai essere un alibi per non intervenire.

L´osservazione più elementare è che i prezzi più alti favoriscono i produttori e danneggiano i consumatori. Nel caso dei prodotti agricoli, una lunghissima fase di prezzi molto bassi a livello mondiale ha impoverito gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, ha creato sacche di estrema povertà rurale e ha presumibilmente contribuito alla crescita smisurata delle periferie delle grandi città. Guardando alle terribili condizioni di vita in queste periferie, possiamo solo immaginare da quale situazione di disagio fossero fuggiti coloro che oggi le abitano.

Che cosa ha tenuto basso il prezzo dei prodotti agricoli per tanti anni? E per quali ragioni ha subito un rialzo così importante in tempi relativamente recenti?

La risposta alla prima domanda è piuttosto facile: i prezzi agricoli non sono prezzi di mercato perché il settore è stato e rimane oggetto di politiche attive di sostegno da parte di tutti i grandi paesi industriali. La produzione agricola sussidiata dei paesi ad alto reddito ha mantenuto artificiosamente bassi i prezzi mondiali. Con effetti devastanti sugli agricoltori dei paesi a basso reddito. A prima vista, bassi prezzi del cibo costituiscono una condizione di favore per i paesi poveri importatori, ma in realtà le importazioni tendono a spiazzare la produzione locale e a modificare permanentemente l´intera struttura produttiva e sociale del paese ricevente. La riduzione dei sussidi all´agricoltura nei paesi sviluppati aprirebbe invece le possibilità di esportazione da parte dei paesi poveri a vocazione agricola. In questo senso, se adeguatamente accompagnato da politiche di sostegno rurale nei paesi importatori di cibo, il rialzo dei prezzi agricoli mondiali avrebbe potuto ripristinare un´agricoltura locale e autosufficiente.

Una causa del progressivo aumento dei prezzi registratosi negli ultimi due anni è il radicale cambiamento della dieta di intere popolazioni. Cambiamento dovuto all´aumento del reddito. L´introduzione della carne nella dieta base di intere popolazioni presuppone una maggiore richiesta di cereali per l´alimentazione degli animali. Questo è accaduto soprattutto in Cina e in India, che negli anni settanta era il paese della fame per antonomasia.

Un secondo - e non certo marginale - motivo del rialzo dei prezzi dei cereali è di nuovo riconducile alla politica economica: si tratta delle scelte a sostegno dei biocarburanti. Il loro pregio sta nel fatto che l´utilizzo, al posto dei carburanti fossili, porta a una riduzione delle emissioni dei gas serra. In un clima di diffusa preoccupazione per la questione ambientale, l´opinione pubblica ha quindi istintivamente appoggiato le politiche di sostegno alla produzione di biocarburanti. Le stime di quante risorse siano state dedicate a questo scopo fanno comprendere l´importanza del fenomeno: da 13 a 15 miliardi di dollari l´anno nei paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). In pratica, alla produzione di un litro di etanolo corrisponde circa un dollaro di sussidio pubblico nell´Unione europea; 0,4 dollari in Canada e in Australia; 0,3 negli Stati Uniti. Il confronto fra i costi di produzione dei biocarburanti e dei carburanti fossili, in termini di energia equivalente, è imbarazzante e il contributo ambientale modesto, visto che le emissioni di gas serra dei biocarburanti sono solo il 13-18 per cento in meno dei combustibili fossili.

Il rialzo del prezzo dei prodotti alimentari di base non è dunque un rialzo di mercato. È soprattutto il risultato di una serie di interventi pubblici, dettati da diverse motivazioni - anche lodevoli nelle intenzioni - che si sono sovrapposti fino a contraddirsi. Perché è relativamente facile, nei paesi ricchi, introdurre nuove forme di sussidi. Fare marcia indietro è invece politicamente troppo oneroso. Così, il cumulo delle azioni intraprese per perseguire obiettivi particolari porta ad un quadro complessivo costosissimo e irrazionale. Talvolta decisamente negativo

Le politiche di sostegno ai biocarburanti fanno intuire come il diritto all´alimentazione venga oggi messo a rischio per soddisfare interessi parziali. Bisognerebbe invece che i Governi dei grandi paesi si interrogassero con realismo sugli effetti sistemici delle loro politiche, che troppo spesso rispondono solo a influenti gruppi di pressione.

* Docente di Politiche economiche internazionali Università Cattolica del Sacro Cuore