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martedì 10 novembre 2009

ABORTO: errori fatali sulla RU486

Da CR :

Il 19 di ottobre il Consiglio di Amministrazione dell’Aifa ha dato il via libera alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della determina dell’autorizzazione all’introduzione in commercio della pillola RU486. La pubblicazione della determina è prevista entro il 19 di novembre.


La decisione era nell’aria, visto che un resoconto tecnico-scientifico, redatto dalla casa farmaceutica Exelgyn produttrice del Mifepristone, rivela che la RU486, se usata in modo corretto e nelle dosi indicate, non uccide nessuno (sic!).


Certamente tale resoconto tecnico-scientifico desta più di un sospetto e lascia aperti molti interrogativi, pur tuttavia la strategia messa in campo dalla gran parte degli esponenti cattolici e pro vita si è rivelata perdente, trasformandosi anzi in un clamoroso autogol. L’aver puntato quasi esclusivamente sulla pericolosità del farmaco per la salute della donna, lasciando fuori dal dibattito politico e mediatico il bambino, la vera ed unica vittima certa dell’aborto sia esso chirurgico o farmacologico, significa ora doversi arrendere al “nemico” e senza condizioni.


L’unico “successo” che verrà probabilmente raggiunto riguarda il rispetto della legge 194 che non contempla l’aborto a domicilio, come ribadisce in una nota il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella. Già nel comunicato del 30 luglio scorso l’Aifa spiegava che «deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall’art. 8 della Legge n. 194, dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza, quindi in regime di ricovero ordinario». Come mettere in atto tale determinazione, visti i costi elevatissimi che comporta il ricovero ospedaliero fino al momento dell’espulsione e vista l’impossibilità di obbligare la donna al ricovero, non è dato sapere. Comunque, sarà difficile se non impossibile, un improvviso cambiamento di strategia che possa portare ad una inversione di tendenza. Una volta data per certa l’assoluta non nocività (per la donna) della pillola abortiva ed il rispetto almeno formale dei criteri stabiliti dall’intoccabile Legge 194, c’è da scommettere che le parti avverse ben volentieri smetteranno di fronteggiarsi.

sabato 20 dicembre 2008

Dinitas


"Zurigo sta diventando sempre di più una meta per i malati terminali che vogliono praticare il suicidio assistito. Per un malato terminale il viaggio di sola andata a Zurigo si conclude alla Dignitas, un’associazione svizzera, che ha sede a Forch (Zurigo), fondata nel 1998 da Luwig Minelli, che si offre di accompagnare i pazienti verso «un’estrema uscita di emergenza». La ricetta medica somministrata al malato è una pozione amara a base di pentobarbital sciolta in un bicchiere d’acqua e addolcita con qualche cucchiaino di zucchero. Ingerito il cocktail letale, il malato si addormenta, dopo due o tre minuti cade in un coma profondo, poi si ferma la respirazione e il paziente muore. La condizione posta è che l’aspirante suicida porti il bicchiere alla bocca da sé, davanti a testimoni, altrimenti l’associazione può essere perseguita penalmente. Suicidarsi con Dignitas, però, costa caro, in media 3.500 euro (costo che può variare in base al reddito) oltre al contributo d’ingresso di circa 72 euro e una quota annuale di 36 euro. «Il nostro scopo – racconta Ludwig Minelli – è quello di prevenire il suicidio. Ma se per il paziente affetto da una malattia terminale o da un’invalidità dolorosa e insopportabile, la morte rappresenta l’unica soluzione, noi lo aiutiamo con il suicidio assistito». Il servizio non è rivolto solo ai cittadini elvetici, ma anche a quelli di paesi in cui queste tecniche non sono permesse."


Se davvero Beppino Englaro desiderava adempiere (con tenacia e ostinazione) la volontà della figlia, (replica) compiere un atto di libertà, salvarla da quella non-morte, mi riesce difficile pensare che non fosse a conoscenza della clinica svizzera Dignitas la quale "offre" dal 1998 (dunque 6 anni più tardi del tragico incidente)"servizi" di morte assistita, indipendentemente dalla nazionalità e in totale privacy.

Il fatto è che pur non desiderandolo il padre di Eluana è stato strumentalizzato, il suo dolore e il suo amore per la figlia reso pubblico, merce di dibattito, inserito in una cultura necrofobica che domina nell'occidente e che per forze storiche in Italia trova, per fortuna, battaglia.

venerdì 21 novembre 2008

Il Metodo Massonico


Leggo dal manuale massonico per eccellenza The Builders del reverendo Joseph Fort Newton, il volume più influente sulla mentalità dei massoni americani nel nostro secolo:

"Poichè l'anima umana è affine a Dio, ed è dotata di poteri a cui nessuno può fissare un limite, è in fatto, e deve essere in diritto, libera. Pertanto, secondo la logica della sua filosofia non meno che secondo l'ispirazione della sua fede, la massoneria è stata spinta a presentare le sue storiche domande per la libertà di coscienza, per la libertà dell'intelletto e per il diritto di tutti gli uomini di ergersi senza timore e senza paura, uguali tutti di fronte a Dio e alla legge, ognuno pronto a rispettare i diritti dei suoi simili"


Non possiamo non dirci massoni......

lunedì 17 novembre 2008

Caso Englaro. I giudici hanno sbagliato già tanti anni fa

Di seguito il testo di una lettera inviata al quotidiano Avvenire del 16 Novembre 2008


Caro Direttore,

secondo la Costituzione italiana la sovranità appartiene al popolo. Lo scorso 13 aprile il popolo ha scelto una maggioranza di governo. Nel programma della maggioranza di governo compariva la frase “esclusione di ogni ipotesi di leggi che permettano o comunque favoriscano pratiche mediche assimilabili all’eutanasia”. Nonostante questa affermazione perentoria, a breve, salvo miracoli, un medico sfilerà un sondino e avremo il primo caso di eutanasia in Italia.

Evidentemente la sovranità non appartiene al popolo. Forse appartiene ai giudici; forse appartiene a organizzazioni potenti che agiscono sotto traccia; forse appartiene a quei giornali e TV che ci forniscono sondaggi taroccati. Certamente non al popolo.

Di chi è la colpa? Dei giudici? Sì, di alcuni giudici. Ma non solo i giudici che hanno agito in questi ultimi mesi: bisogna risalire più indietro. Quando, tanti anni fa, il signor Englaro chiese per la prima volta che venisse interrotta l’alimentazione e l’idratazione della figlia Eluana, il giudice doveva rispondere: “Lei signor Englaro è il padre, ma non potrà più essere il tutore: ha chiesto infatti per Eluana un’azione contraria al diritto naturale e contraria alla legislazione italiana”. La tutela di Eluana in quel momento doveva passare ad altra persona.

Invece il signor Englaro è rimasto il tutore, e noi, l’opinione pubblica, abbiamo dato per scontato che lui rimanesse il tutore. E’ accaduto perché abbiamo il cuore delicato, più incline al sentimentalismo che al ragionamento: ci sembrava di fare uno sgarbo alle sofferenze del signor Englaro dicendo che non poteva più essere il tutore. Non ci siamo resi conto che facevamo uno sgarbo ben più grave a sua figlia, che ora morirà di fame e di sete; e uno sgarbo ben più grave anche a lui che, volente o nolente, porterà a vita il peso dell’azione fatta su sua figlia e su tutti quelli che, da questo “innesco”, subiranno prima o poi la stessa sorte.

Il signor Englaro non può essere il tutore di Eluana. Visto che non c’è più tempo per cambiare l’opinione pubblica, occorre fare appello a un giudice: quale è il giudice competente per avviare un procedimento di rimozione del ruolo di tutore al signor Englaro? Se c’è, agisca presto.

mercoledì 17 settembre 2008

Morte: quando? Parte 2


Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento della dottoressa Chiara Mantovani, Presidente dell'Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara.


Leggo nell’articolo di Lucetta Scaraffia cui facevo riferimento all’inizio:


Come ha fatto notare Peter Singer, che si muove su posizioni opposte a quelle cattoliche: "Se i teologi cattolici possono accettare questa posizione in caso di morte cerebrale, dovrebbero essere in grado di accettarla anche in caso di anencefalie".


Mi sia consentito replicare sommessamente a Singer che il problema non è “cattolico”: i teologi cattolici esprimono posizioni coerenti con la teologia partendo dai dati di ragione forniti da altre discipline. E ciò che stride è proprio che in realtà il comportamento consigliato dai teologi morali di fede cattolica è coerente con le coordinate espresse finora: il paziente anencefalico dovrebbe essere (e in Italia lo è!) monitorato per tutta quella parte di encefalo che ha e solo al raggiungimento del silenzio elettrico è dichiarato morto! Si applica proprio in questo caso-limite tutta la prudenza invocata prima: se bastasse solo un EEG, visto che non c’è niente da controllare (il bimbo anencefalico ha solo piccole parti di cervello, spesso non la corteccia) sarebbe dichiarato morto subito. Invece si va oltre, si aspetta che ogni più piccolo segnale sia cessato, e si aspetta che sia cessato per un tempo doppio rispetto all’adulto perché conosciamo la maggiore resistenza del tessuto nervoso del neonato all’anossia.


Se si ragionasse nei termini di “assenza di coscienza” (senza corteccia cerebrale non c’è coscienza) si darebbe ragione al signor Singer, il quale, dal canto suo, non ha neppure bisogno dell’EEG per dichiarare un essere umano una non-persona: per lui fino a quando non si hanno capacità di parola e relazione, non si ha dignità umana! Se si ragionasse nei termini di vita degna-non degna, si potrebbero accelerare i tempi di morte di pazienti senza corteccia funzionante (senza capacità di relazione), ma con il cuore che batte da solo e con i polmoni che scambiano anidride carbonica con ossigeno.


Invece la testardaggine tutta cristiana di appoggiarsi al dato reale ci protegge fino in fondo. Quando sussiste segno di vita, è vita. Bella, brutta, gradevole o puzzolente, è vita.


Ma nell’articolo uscito il 3 settembre, si riportava anche un’altra affermazione francamente sorprendente:


Facendo il punto sulla questione, Becchi scrive che “l’errore, sempre più evidente, è stato quello di aver voluto risolvere un problema etico-giuridico con una presunta definizione scientifica”, mentre il nodo dei trapianti “non si risolve con una definizione medico-scientifica della morte”, ma attraverso l’elaborazione di “criteri eticamente e giuridicamente sostenibili e condivisibili”.


Forse fraintendo, me lo auguro, ma qui c’è un invito a prescindere dai fatti. Che cosa può appoggiare legittimamente il giudizio se non la conoscenza del fatto, nella misura che è possibile alla ragione e all’esperienza? Quando la morte si accertava con lo specchietto (se si appannava, si era vivi; se no, si era sepolti. E per giunta senza aspettare troppo tempo, per via della puzza) si commettevano delitti contro l’etica o contro la buona pratica clinica? E poi la verità su cui appoggiare il giudizio dovrebbe scaturire dall’accordo su ciò che è giusto? Mettiamo ai voti i criteri di accertamento della morte?


Il problema etico è di (apparente) semplice soluzione: si dispone con rispetto del cadavere, si tratta con rispetto il vivente. Mi pare superfluo soffermarmi sulla differenza tra “disporre” e “trattare”.


La natura di cosa, ancorché nobile, del corpo morto attiene alla sostanza cadaverica; la natura di persona del corpo vivente attiene alla sostanza di essere. L’una e l’altra vedono nei loro confronti applicata l’etica quando ricevono un trattamento adeguato alla rispettiva natura.


Il problema giuridico è più complesso perché si tratta di tradurre in pratica norme valide per ogni situazione. E in un panorama etico e sociale diviso, anzi, frammentato, come il moderno, questa è operazione sempre più complessa. Ma se anche la legislazione si allontana dalla concretezza del dato conosciuto e onestamente riconosciuto, e se cade nel tranello della concertazione, allora non so immaginare quale possibilità possa avere l’etica di trovare un fondamento comune.

Morte: quando? Parte 1

Lucetta Scaraffia, dalle pagine dell’Osservatore Romano, riapre una questione che periodicamente solleva discussioni e perplessità: la dichiarazione di morte di una persona umana.

L’argomento è terribile ed affascinante: conosco persone che, tanti anni fa, si iscrissero ad una associazione di donatori d’organo spinte dal solo terrore di essere sepolti vivi. Meglio star certi di finire nella cassa senza rischi di svegliarsi. Il che non è propriamente una dimostrazione di fiducia nella perizia medica, ma ha una sua giustificazione emotiva.

Non sarà forse inutile ripetere alcune piccole considerazioni, tenendo presente sia gli aspetti tecnico-scientifici che quelli etici; non affrontando quelli medico-legali, per il solo motivo che essi sono regolati dalla legislazione, sulla quale attualmente non c’è modo di agire: questo è dunque un aspetto ininfluente non sulla prassi, ma certamente sulla comprensione del problema.

Però resta vero, e anzi assolutamente notabile, che la legislazione si avvale, per esprimersi, di basi di competenza che le sono estranee: ecco il ruolo della scienza medica supportata dal corredo tecnico sufficiente a fornire basi oggettive. Così come è doveroso rimarcare che la nostra legislazione prevede i protocolli più aderenti alle notizie scientifiche certe di cui disponiamo, diversamente da quanto accade in altri Stati europei o nordamericani.

E diciamo subito una verità tanto sgradevole quanto evidente: prima o poi bisogna consegnare il corpo morto ad un seppellitore. Oggi anche ad un inceneritore, a causa del poco spazio disponibile per i cimiteri nelle aree urbane e ancor più il disagio psicologico del pensiero della decomposizione. Non si tratta di cinismo, ma solo di realismo.

Per cominciare è indispensabile fare chiarezza sui termini usati: leggo affermazioni tanto inesatte al punto da fraintendere la realtà.

Morte cerebrale: è una espressione errata, dannosa, fuorviante. Troppo usata, purtroppo, come sinonimo di “morte encefalica”, che invece è tutta un’altra questione. Per dare un’idea, anche se grossolana: come se affermassimo che
dormire profondamente è come essere morto.

Invece, con “morte encefalica” si intende il silenzio elettrico (l’assenza totale, ripetutamente registrata, di ogni attività nella corteccia cerebrale, nel ponte e nel bulbo: tutto l’encefalo!) di ogni struttura deputata a generare e coordinare qualsiasi altra attività del corpo.

Anche solo da questa generica definizione chiunque può capire che se uno che sembra morto, perché magari non risponde alle parole e ai suoni intorno a lui, ma invece respira da solo e il suo cuore batte autonomamente, evidentemente non è davvero morto! Succede che una parte dell’encefalo sia rovinata, ma non tutto: ciò che regola cuore e polmoni funziona! Non entriamo qui nel delicato argomento di come si voglia considerare la vita di questa ipotetica (ma poi mica tanto!) persona: sofferente, non dignitosa, inutile, insopportabile (per gli altri). Queste sono valutazioni diverse dalla semplice constatazione che la vita non ha abbandonato quel corpo.

Come stabiliamo la morte? Rilevando la cessazione delle funzioni che conosciamo necessarie alla vita: respirazione e circolazione. Chiaramente deve essere una cessazione, non una temporanea e breve interruzione; ma sappiamo anche che un quarto d’ora nell’adulto, mezzoretta nel bambino, senza respirare e/o battere del cuore (e le due cose sono strettamente collegate) causano la morte. In pratica: senza ossigeno (procurato nei polmoni) distribuito in tutto il corpo dalla pompa-cuore, il cervello (tutto il cervello!!!) si danneggia e non funziona più, ovvero non è in grado di assolvere alla sua funzione di struttura di coordinamento e di input per tutte le funzioni vitali. E’ un meraviglioso meccanismo autoregolamentato: l’encefalo fa da centralina elettrica, la circolazione porta l’ossigeno dai polmoni alla periferia, anche alla centralina stessa. Interrompere a qualsiasi livello queste funzioni integrate è mettere la macchina corporea fuori uso. Se vediamo qualcuno gravemente traumatizzato, trapassato da pallottole, esanime, senza respirazione, intuiamo la sua morte; ma il motivo vero, in ultima analisi, è sempre riconducibile all’impossibilità di assicurare ossigeno e acqua ai tessuti!

Non sembri, questa elementare descrizione dei meccanismi fisici, dettata da indifferenza verso i sempre presenti significati metafisici: ma è troppa la confusione attualmente presente per tralasciare il lato più concreto.

Coma (depassé, profondo: aggettivi ancora usati ma inesatti) stato vegetativo (permanente o persistente che dir si voglia: in ogni modo si dice impropriamente), non sono equivalenti della morte encefalica: ovvero dello stato in cui, per quel che ne sappiamo finora, la capacità di provvedere ai processi vitali (appunto quelli che consentono la vita) è venuta meno.

E con chiarezza si può affermare che oggi in Italia la legge consente l’espianto di organi solo in caso di morte accertata con criteri neurologici che definiscano un quadro di morte encefalica e non cerebrale.

Per dirla bene: l’elettroencefalogramma piatto NON è ancora morte encefalica, non si espiantano organi se i centri profondi bulbari danno ancora segno di attività elettrica.

Qualcuno può riferire di una certa “fretta” nel cercare di ottenere il permesso dei parenti (in Italia ancora vincolante): e qui si apre la voragine di un corretto rapporto e comunicazione dei medici nei confronti dei pazienti e delle loro famiglie. C’è poi il grande dramma psicologico di vedere qualcuno che amiamo sottoposto a ciò che sembra una cura medica (circolazione e ventilazione forzate per mantenere quel necessario apporto di ossigeno): bisognerebbe spiegare bene che sono solo i tempi richiesti proprio per quell’accertamento rigoroso dei criteri di morte encefalica; bisognerebbe riuscire a far intendere che è proprio un meccanismo di sicurezza per accorgersi se ci si è sbagliati, se una registrazione si è interrotta dando risultati falsati. E’ durissimo vedere e sentir parlare di “cadavere a cuore battente”, perché siamo tradizionalmente legati all’immagine del cuore come centro della vita, ma è indispensabile fare uno sforzo chiarificatore per togliere, per quanto è possibile, l’illusione di vita.

Certamente nessuna legge riesce ad impedire l’abuso: e la consapevolezza di questo dovrebbe sempre accompagnare il legislatore, inducendolo ad una prudenza e ad una umiltà che consentano sempre l’aggiornamento sulla base di eventuali nuove scoperte tecnico-scientifiche.

sabato 10 maggio 2008

L’EUGENETICA RIENTRA DALLA FINESTRA

di Francesco D’Agostino.

E’ un dovere per tutti, anche per i ministri e le ministre, rispettare la legge. È doveroso rispettarne la lettera e, ancor più, lo spirito. E soprattutto è doveroso per tutti, anche per le ministre, praticare l’onestà intellettuale: non ci si può ad esempio vantare di applicare «rigorosamente » una legge (come ha fatto la ministra Livia Turco nel comunicato che accompagna l’emanazione delle nuove Linee guida di applicazione della legge sulla Procreazione assistita), quando se ne viola lo spirito – e con ogni probabilità anche la lettera.La legge 40/2004 – che invano, ricordiamocelo, si è cercato di abrogare tramite referendum – prende le mosse da due principi fondamentali: la doverosa tutela dell’interesse procreativo delle coppie sterili, che intendano ricorrere alle tecniche di procreazione assistita; la doverosa garanzia, nell’applicazione di queste tecniche, dei diritti del nascituro, primo tra tutti quello di venire al mondo. Il riferimento che la legge fa alla sterilità, come presupposto per l’accesso alle pratiche di procreazione, è essenziale, per mantenere loro un doveroso carattere terapeutico ed escluderne qualunque uso a fini di mera manipolazione. Per garantire il diritto alla vita del nascituro, la legge impone (salvo casi eccezionali) di produrre in provetta solo quegli embrioni (al massimo tre) per i quali la donna sia disposta ad accettare il trasferimento in utero e vieta rigorosamente qualsiasi forma a carico degli embrioni di selezione eugenetica.Le nuove Linee guida violano palesemente ambedue questi principi. Innovando alla precedente regolamentazione, esse ammettono alla fecondazione assistita coppie, il cui partner maschile sia portatore di patologie sessualmente trasmissibili. L’argomento utilizzato dalla ministra per giustificare questa disposizione è che a tali uomini andrebbe riconosciuto «uno stato di infertilità di fatto »: categoria, questa, scientificamente priva di senso (dato che costoro sono comunque in grado di procreare) e giuridicamente ambigua: un uomo potrebbe ad esempio essere ritenuto «di fatto » non fertile, solo perché privo di partner femminile (magari intenzionalmente, come può avvenire nel caso degli omosessuali). La realtà è che alterando con le nuove Linee guida l’ancoraggio della legge 40 alla sterilità, si muta in radice tutto lo spirito della legge.Ancora più grave un’altra innovazione delle Linee guida appena pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Si ribadisce la disposizione che proibisce di sottoporre gli embrioni creati in provetta a diagnosi pre-impianto a finalità eugenetica, ma si cassano i paragrafi delle vecchie linee guida che limitavano le indagini sullo stato di salute degli embrioni a quelle strettamente «osservazionali». La posta in gioco è chiara: aprire la strada a test genetici pre-impiantatori. Con due risvolti: il primo concerne la salute degli embrioni, perché qualunque diagnosi che non sia meramente osservazionale ne pone a rischio la sopravvivenza (contraddicendo dunque lo spirito della legge, che vuole salvaguardare il loro diritto alla vita). Il secondo risvolto è ancora più grave: vengono ad essere di fatto consentite le diagnosi a finalità eugenetica, pur formalmente proibite dalla legge. Quando infatti, grazie a un test genetico, si informasse la donna che dei due o tre embrioni procreati in provetta uno solo è portatore di una qualsiasi patologia (anche se pienamente compatibile con la sopravvivenza) l’esito probabile sarebbe la richiesta della donna di accogliere in utero solo gli embrioni 'sani' e di escludere dall’impianto l’ embrione 'malato' (e basterebbe già sottolineare il carattere solo probabilistico dei test genetici per rilevare la gravità bioetica di simili pratiche, che portano inevitabilmente alla distruzione di embrioni sani). La stessa strada potrebbe essere percorsa per selezionare il sesso del nascituro, trasferendo in utero, dopo un adeguato test genetico, solo l’embrione del sesso desiderato.L’eugenetica, tenuta fuori dalla porta, rientra così dalla finestra. È innegabile che esista in molte coppie un desiderio di selezione eugenetica dei nascituri (desiderio in alcuni casi, come quelli di patologie estremamente gravi, anche umanamente comprensibile), ma è altrettanto innegabile che questo desiderio non è compatibile col rispetto per le vite create in provetta. Non solo la lettera, ma anche e soprattutto lo spirito della legge 40 a favore della tutela della vita embrionale sono inequivocabili: le nuove Linee guida alterano significativamente l’una e l’altro.Eppure dovremmo tutti, anche le ministre – e soprattutto le ministre di un Governo giunto alla fine del suo mandato –, rispettare con onestà intellettuale la legge vigente, sia nella sua lettera che nel suo spirito.

Avvenire 1 maggio 2008

Il colpo di mano di Livia Turco

FOGLIO – 1 maggio 2008

Roma. L’emanazione in zona Cesarini delle nuove linee guida della legge 40 ha, come scopo non secondario, quello di buttare un bel petardo tra i piedi della maggioranza. Ora investita della responsabilità di decidere se tenersi quel provvedimento così com’è, con tutte le sue ambiguità e con le porte spalancate alla diagnosi eugenetica preimpianto, oppure se cambiarla, con il rischio di riaprire vecchie crepe e turbare equilibri delicati.

Non è difficile immaginare che a questo abbia pensato la ministra Livia Turco, che quel testo lo aveva firmato l’11 aprile ma se l’è tenuto nel cassetto fino a ieri, per non turbare la propria, di maggioranza, in vista delle elezioni. Senza contare che l’emanazione di un atto che nessuno potrebbe definire “di ordinaria amministrazione” appare una scorrettezza istituzionale, come dice al Foglio il professor Francesco Saverio Marini, docente di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata: “Al governo dimissionario tocca solo il disbrigo degli affari correnti e degli atti indifferibili e urgenti, gravati da scadenze prescrittive. Non era certo il caso delle linee guida della legge 40, che a questo punto toccavano al nuovo governo. Senza contare che la sentenza del Tar del Lazio, che nel nuevo testo è richiamata per giustificare l’eliminazione della parte che consente esclusivamente indagini di tipo osservazionale dell’embrione, ha rimandato la questione alla Consulta, la quale deve ancora pronunciarsi”.

Doppia scorrettezza di metodo, quindi, per l’iniziativa della Turco. Ma il peggio lo troviamo nell’analisi del merito del suo provvedimento, che apre, con l’aria di non volerlo fare, un importante varco nel divieto di pratiche eugenetiche contenuto nelle precedente linee guida, in osservanza ai principi della legge 40. Se è infatti formalmente conservato il divieto di “diagnosi preimpianto a finalità eugenetica”, in realtà lo si aggira, come spiega Eugenia Roccella (Pdl): “D’ora in poi potranno essere usate sull’embrione tutte le tecniche diagnostiche, compresi i test genetici, in teoria solo a fini ‘conoscitivi’. Ma anche la ministra Turco sa che l’indagine osservazionale, l’unica consentita in precedenza, ha lo scopo di informare la coppia su anomalie gravi e irreversibili dell’embrione, che ne impedirebbero lo stesso sviluppo in utero; la diagnosi preimpianto, invece, è un test genetico che individua patologie che non impediscono necesariamente la crescita e l’impianto dell’embrione, ma hanno un tasso di probabilità più o meno alto di manifestarsi nel feto o sucesivamente nell’adulto. Con queste informazioni, la coppia che ricorre alla procreazione assistita potrebbe rifiutare l’impianto dell’embrione ‘difettoso’”. Eugenetica significa selezione dei sani ed eliminazione dei malati, ed è quello che diventa possibile con la nuova versione delle linee guida.

“Può forse esistere una diagnosi preimpianto che non abbia scopi eugenetici?”: la domanda dell’associazione Medicina e Persona ha una sola possibile risposta, nei fatti, ed è negativa.

L’altro varco è l’estensione a coppie non infertili della possibilità di usare tecniche di fecondazione assistita, come nel caso delle situazioni in cui il maschio sia affetto da malattie sessualmente trasmissibili, quali il virus Hiv e quelli delle epatiti B e C. A queste coppie, le nuove linee guida riconoscono, come spiega Livia Turco nella lettera di accompagnamento del suo provvedimento, uno “statu di infertilità di fatto”, dovuto alla necessità di precauzioni nel rapporto sessuale. Un criterio ambiguo e suscettibile di ogni possibile ampliamento: perché non riconoscere l’infertilità “di fatto” alle coppie portatrici di disfunzioni genetiche, anche loro “costrette” a precauzioni per timore di un figlio malato?

E infatti ci ha già pensato Amica cicogna, che promette azioni legali in proposito, mentre la lobby della fecondazione senza limiti mostra apprezzamento per le nuove linee guida. Definite, sull’altro versante, “un colpo di mano” dall’Associazione Scienza & Vita, che chiede al nuovo governo di azzerarle e di “ripristinare la legittimità del risultato referendario”.

SE IL CLIMA DIVENTA UN ATTO DI FEDE

di Ruth Lea

Essere liberi di parlare — anche quando si è in errore — è il sintomo di una società che sta bene. L'attuale dibattito sui cambiamenti climatici è tipico di una società chiusa così convinta della sua virtù che persino il porre delle domande contrarie alle sue severe credenze equivale a macchiarsi di alto tradimento. Le sfide all'ipotesi oggi in voga hanno come risultato l'offesa nei modi più scorretti di chi ha idee contrarie alla visione corrente. Infatti, la sfortunata persona in questione finisce con l'essere etichettata come "negazionista del cambiamento climatico", un po' come un negazionista dell'Olocausto, tale è il bullismo di certi insulti.

Interrogarsi sull'ipotesi che il cambiamento climatico sia principalmente causato dalla CO2 prodotta dall'uomo, naturalmente non equivale a negarlo. In realtà, il cambiamento climatico è una caratteristica del nostro pianeta sin dalla sua origine. In 4.500 milioni di anni ci sono stati periodi in cui era sensibilmente più freddo e periodi in cui era sensibilmente più caldo di quanto sia oggi. Apparentemente, nel passato più recente, dai 4.000 agli 8.000 anni fa, era più caldo di adesso. Altri periodi caldi sono stati l'era della Roma classica ed il periodo medievale. Tra il XVI al XIX secolo venivano accesi fuochi sul fiume Tamigi completamente ghiacciato ed era tale il freddo negli Anni '70 che gli scienziati prevedevano una nuova era glaciale. Allora si pensava che saremmo morti ghiacciati, ora che moriremo arrostiti. È chiaro che altre variabili al di fuori delle emissioni antropogeniche di anidride guidano il cambiamento climatico.

Gli ambientalisti contro lo sviluppo dei Paesi ricchi qualche anno fa hanno convenientemente scoperto e adottato il surriscaldamento globale come un'arma assai potente in loro possesso per combattere le forze dello sviluppo economico. È davvero straordinaria la loro alta considerazione politica, costruita attraverso visioni apocalittiche di fame e pestilenze se non si smetterà di utilizzare carburanti di origine fossile. Ma quando le più oscure previsioni su un pianeta surriscaldato non si materializzeranno, sicuramente verranno fatte delle domande. E dovremmo allora notare che la temperatura globale non è cresciuta sin dall'entrata nel nuovo millennio e quest'anno molte zone dell'emisfero nord hanno patito un inverno furiosamente freddo. La domanda più esigente sarà sicuramente posta da coloro che hanno dovuto sopportare i costi più alti per "combattere" o "controllare" il cambiamento climatico, attraverso la restrizione delle loro emissioni e il conseguente innalzamento dei costi che ha messo a repentaglio la loro competitività

Nel 1997 il Protocollo di Kyoto è stato siglato da molti Paesi sviluppati (anche se non dagli Stati Uniti), inclusa l'Europa a 15. Il suo obiettivo era di mitigare e controllare il cambiamento climatico attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra (GHG), delle quali quelle di anidride carbonica costituiscono la parte più significativa. L'assunto fondamentale su cui si basava Kyoto era che l'ipotesi che vi fosse una connessione tra cambiamento climatico ed emissioni di gas serra fosse inequivocabilmente comprovata daj fatti e che, quindi, riducendo le emissioni il clima sarebbe stato in qualche modo tenuto sotto controllo. Idea scientificamente molto traballante, dal momento che tutti questi assunti non sono mai stati messi in discussione. L'Europa concordò sul taglio delle emissioni dell'8% in cinque anni, tra il 2008 e il 2012, sulla base della comparazione con il 1990.
Il target era ambizioso e rifletteva la volontà dell'UE di essere leader dei sostenitori del Protocollo di Kyoto. In base allo schema del burden sharing europeo, i diversi Stati membri hanno ricevuto vari target di emissione. La Germania, per esempio, ha concordato di tagliare il 21% (percentuale resa possibile dal collasso della maggior parte delle industrie dell'Est dopo la riunificazione) e il Regno Unito il 12.5%. Dall'altro lato, la Spagna ebbe il permesso di incrementare le sue emissioni del 15% e la Grecia del 25%. Dei 12 Stati membri, otto (inclusa la Repubblica Ceca) hanno un target dell'8%, sebbene l'Ungheria e la Polonia hanno un target del 6% e Cipro e Malta non ne hanno alcuno. La disciplina dell'Ue su questi target è stata — a voler essere buoni — quanto meno squilibrata.

Studi recenti dell'Agenzia europea per l'ambiente (Bea) suggerivano un taglio globale per l'Europa a 15 del 2% nel 2005, comparato sulla base dei dati del 1990. In realtà, l'Eea ha concluso che solo 3 Paesi su 15 avevano la possibilità di raggiungere i loro obiettivi utilizzando le misure esistenti: la Gran Bretagna, la Germania e la Svezia. Se, però, fosse stato autorizzato l'utilizzo programmato di stabilizzatori del carbone e i "meccanismi" di Kyoto, allora altri 5 Paesi avrebbero potuto raggiungere gli obiettivi, ossia il Belgio, la Finlandia, la Francia, il Lussemburgo e l'Olanda. I restanti 7, in ogni caso, non ci sarebbero riusciti e nemmeno l'Europa, nella sua interezza, avrebbe raggiunto l'obiettivo totale.

Nonostante gli scarsi risultati di molti Paesi europei nel raggiungere gli obiettivi di Kyoto, il Consiglio Ue ha deciso a marzo 2007 che l'Europa si sarebbe rigorosamente impegnata a realizzare almeno il 20% delle riduzioni di gas serra per il 2020. Se questo target verrà raggiunto è, naturalmente, lasciato a stime personali, ma ci si perdoni un po' di cinismo. Su questa stessa scia, il Consiglio europeo ha avallato un obiettivo anche più alto, del taglio del 30% entro il 2020, a condizione che gli altri Paesi in più avanzata via di sviluppo si adeguino alle stesse percentuali di riduzione e che quelli economicamente più avanzati contribuiscano adeguatamente, secondo le loro responsabilità e rispettive possibilità. Almeno, questo obiettivo così ambizioso riconosce tacitamente gli effetti potenzialmente avversi in termini di competitivita se si impongono tagli draconiani quando alcuni Paesi ad alta emissione, non ultimi Cina ed India, hanno intenzione di ignorare ogni appello per ridurre le loro emissioni.

Cina ed India, comprensibilmente, non vedono il motivo per cui dovrebbero frenare il loro sviluppo economico per amore di un'ipotesi non provata dai fatti. Come parte del processo di riduzione delle emissioni di Kyoto, l'Ue ha formulato l'Ets, ossia lo Schema per il Commercio delle emissioni, che e in sostanza un mercato per vendere "inquinamento" da CO2. L'Ets è uno schema di "cappello e commercio". Teoricamente, infatti, fissa un tetto alla quantità totale di CO2 che alcune industrie possono produrre e autorizza le varie aziende a "commerciare" le quote di emissione all'interno del mercato europeo. L'Ets è operativo da gennaio 2005; la prima fase si è conclusa nel 2007.

Lo schema potrebbe funzionare con successo se non fosse che la prima fase ha attirato tutta una serie di critiche. Il problema principale ha riguardato l'allocazione dei permessi agli Stati membri. Apparentemente, ai governi è stata lasciata libertà di scegliere i propri target, con poche restrizioni da parte della Commissione. Alcuni, inclusa la Gran Bretagna, hanno fissato target molto severi, mentre altri Stati, come la Germania, non hanno seguito lo stesso rigore. In più, c'è da dire che lo schema non ha affatto contribuito alla riduzione delle emissioni. La seconda fase, dal 2008 al 2012, naturalmente è già iniziata

La Commissione dichiara che sarà più intransigente e più giusta della prima, a causa della sua insistenza nell'aver posto un freno ad una sovra-allocazione di permessi. Ma c'è il rischio provato che la seconda fase possa essere altrettanto difettosa, anche se per motivi diversi. Queste ragioni si riferiscono al fatto che gli Stati membri non sono autorizzati ad "importare" crediti esterni a Kyoto dai Paesi in via di sviluppo al fine di raggiungere i loro target sulle emissioni. Il rischio è che alcuni di questi crediti non solo saranno scorretti, per non dire fraudolenti, ma potrebbero anche essere generati da progetti in Paesi in via di sviluppo che comunque sarebbero accaduti.

Concludendo, l'approccio di Kyoto di avere il controllo del cambiamento climatico, guidato da ambientalisti contrari allo sviluppo è così accuratamente scorretto che alla fine fallirà. I perdenti nell'esperimento politico mal consigliato di Kyoto saranno quegli Stati membri dell'Europa, e ogni Paese non Ue, che hanno accettato l'agenda di Kyoto e quindi adottato target per una dura e costosa riduzione delle emissioni. La Gran Bretagna è uno di questi Stati membri.

«Negli ultimi anni, ho assistito con sempre maggiore preoccupazione alle grida di “al lupo al lupo” lanciate dagli allarmisti del clima, che hanno spinto i governi europei a impegnarsi per ridurre drasticamente le emissioni di CO2, senza curarsi dei costi economici. (...) Ma considerando che il riscaldamento produce anche benefici oltre che costi, è tutt'altro che pacifico che il previsto incremento della temperatura, possa arrecare un danno alla popolazione mondiale. Invece, rallentare la crescita economica e ricadere nel protezionismo, passando a fonti energetiche a emissioni zero ma molto più costose, sarebbe estremamente oneroso e procurerebbe molti danni all'economia mondiale»
Nìgel Lawson - ex cancelliere dello Scacchiere Il Sole 24 Ore, 13 aprile 2008