venerdì 14 novembre 2008

La vittoria di Obama, i diritti civili e la religione


Riporto una parte dell'articolo di Massimo Introvigne, analisi completa di un fenomeno complesso come Obama, la cui elezione è il risultato storico di un processo lungo e dolorosp per l'America, "iniziato con la schiavitù e la lotta delle Chiese per la sua abolizione, e ha un significato insieme epico e di riconciliazione nazionale che trascende ogni altra considerazione, travolgendo anche il primato dei valori non negoziabili invano ricordato dalle autorità religiose" . Non è lecito dunque approrpiarsi di questo traguardo sociale come di una vittoria di istanze culturali (etiche, morali ed economiche) radicali progressiste "mature", (di una maturità illuministicamente intesa), ne è lecito da un punto di vista strettamente politico considerare la vittoria di Obama come il segnale di una revanche democratica internazionale ed italiana, Obama è l'America.


"......Mi spiego. Fioccano commenti (e si è cominciato a urne aperte, con editoriali su tutti i grandi giornali) sul fatto che per la prima volta il voto di quel quaranta per cento di americani che si dichiara religioso e praticante non è andato prevalentemente ai repubblicani, ma ai democratici. I primi sondaggi mostrano che – se tra i protestanti evangelical, cioè conservatori, ha vinto McCain (ma non con i margini bulgari che ebbe Bush nel 2004) – tra gli ebrei e tra i cattolici (praticanti) ha prevalso Obama. Le spiegazioni di questo evento decisivo per le elezioni sono sostanzialmente quattro. La prima è che le persone religiose non votano tutte e solo in base alla religione, e che le crisi economiche gravissime portano sempre a votare contro i partiti di governo, considerati in prima battuta – non importa se spesso a torto – responsabili delle crisi (“Piove, governo ladro”). La seconda è che il battista McCain, come la stampa ha spesso notato, benché schierato in modo gradito alla maggioranza delle persone religiose sui valori non negoziabili, non viene dal mondo dell’attivismo religioso e ha qualche imbarazzo a parlare di religione in pubblico. Al contrario il riformato (calvinista) Obama si presenta come l’erede di una tradizione afro-americana dove i politici – buoni, cattivi o pessimi – sono sempre venuti dal mondo delle comunità religiose, dal reverendo Martin Luther King, Jr. (1929-1968) al reverendo Jesse Jackson, e in tutti i suoi discorsi è costante il riferimento appassionato alla fede e alla preghiera.


In terzo luogo – come ha sottolineato un grande esperto di cose evangeliche, Mark Silk, al congresso appena concluso a Chicago dell’American Academy of Religion – i protestanti evangelical, componente maggioritaria della coalizione religiosa determinante per i passati successi repubblicani, hanno sbagliato nell’opporsi alla candidatura alla vice-presidenza dell’ex-governatore del Massachusetts Mitt Romney lasciando intendere piuttosto chiaramente di non volere un candidato di fede religiosa mormone (meno chiaramente – ma chi doveva capire ha capito – si sono opposti anche alla scelta come vice-presidente di Joe Lieberman, di provenienza democratica ma schierato con McCain, perché si tratta di un ebreo ortodosso e gli evangelical non volevano un candidato non cristiano, o più precisamente non protestante). A prescindere da ogni altra considerazione, questo ha trasmesso ai soci di minoranza della famosa coalizione dei quattro decisiva per le vittorie di Bush – protestanti evangelical,cattolici fedeli al Papa, ebrei ortodossi e mormoni (questi ultimi molto importanti sul piano elettorale perché concentrati in quattro o cinque Stati – non solo nello Utah – dove fanno la differenza) – il messaggio secondo cui per gli evangelical la coalizione funziona se gli altri portano i voti ma il candidato è comunque protestante. Dal punto di vista dei valori non negoziabili la pentecostale Sarah Palin era peraltro la migliore delle candidate possibili: ma questi antefatti spiegano perché i non evangelical non l’abbiano forse difesa quanto meritava di fronte a un’autentica aggressione della stampa liberal, che ha mostrato ai (numerosissimi) pentecostali statunitensi come la tolleranza verso forme religiose con un culto entusiastico e un riferimento insistito ai demoni e alle profezie sia un traguardo ancora lontano per i grandi media americani imbevuti di pregiudizi laicisti e razionalisti.


E tuttavia il quarto motivo per cui il mondo di chi va nelle chiese e nelle sinagoghe (per non parlare delle moschee, dove i parenti musulmani di Obama hanno avuto il loro ruolo) ha messo tra parentesi i valori non negoziabili e ha votato per il senatore di Chicago – a mio avviso, non meno decisivo del primo, quello legato alla crisi economica – è, molto semplicemente, che Barack è un afro-americano. Con eccezioni marginali e quasi irrilevanti, le Chiese e comunità religiose americane nel XX secolo hanno considerato una loro battaglia cruciale quella per i diritti civili della popolazione di colore degli Stati Uniti (dopo essere state in maggioranza nel XIX secolo contro la schiavitù – anche se non necessariamente a favore della Guerra Civile né della successiva criminalizzazione del Sud). I non statunitensi spesso non si rendono conto di quanto questa battaglia abbia formato gli americani che erano giovani negli anni 1960, in particolare quelli religiosi, un numero sorprendente dei quali è andato in Alabama e altrove, prendendo anche qualche manganellata, per manifestare affinché gli afro-americani potessero salire sugli stessi autobus dei bianchi e votare senza essere intimiditi. Per tutti costoro (per esempio per molti amici del sottoscritto, che nel 2004 avevano votato per Bush ma nel 2008 hanno scelto Obama) eleggere un afro-americano alla presidenza negli Stati Uniti chiude un lungo ciclo della storia del loro Paese, iniziato con la schiavitù e la lotta delle Chiese per la sua abolizione, e ha un significato insieme epico e di riconciliazione nazionale che trascende ogni altra considerazione, travolgendo anche il primato dei valori non negoziabili invano ricordato dalle autorità religiose.


A questa considerazione si rivolgono di solito due obiezioni. La prima – illustrata per esempio in Italia da un articolo di Fiamma Nirenstein su il Giornale – è che la sinistra americana (e quella internazionale) ha speculato in modo strumentale sull’etnicità di Obama, mentre non si è emozionata per la nomina a segretario di Stato prima di Colin Powell e poi di Condoleeza Rice, afro-americani anche loro. La Rice in particolare, che sarà ricordata checché se ne dica come brillante artefice di un modo nuovo di fare politica estera, è stata presa a pesci in faccia dalla sinistra nonostante fosse afro-americana. Tutto questo è vero: e tuttavia, come notava già nel XIX secolo Alexis de Tocqueville (1805-1859), gli Stati Uniti sono una monarchia che elegge il suo re ogni quattro anni. C’è una mistica della presidenza assai simile alla mistica delle monarchie. Non c’è, con tutto il rispetto, una mistica del segretario di Stato, così che solo l’elezione di un afro-americano alla presidenza (non la sua nomina a una carica ministeriale, per quanto prestigiosa) poteva essere percepita come un evento epocale e come il coronamento di due secoli di battaglie che hanno avuto anche, se non soprattutto, una dimensione religiosa.


La seconda obiezione è che Obama non è davvero un afro-americano. I suoi antenati vivevano in Kenya e non hanno conosciuto l’esperienza della schiavitù che connota in modo decisivo e profondo l’esperienza dei veri afro-americani. L’obiezione ha avuto un peso nelle prime fasi della campagna di Obama: ma alla fine ha prevalso la sua auto-identificazione (che non nasce con le elezioni, ma risale agli albori della sua carriera professionale e politica a Chicago) con la comunità afro-americana e il fatto che, comunque la si metta, non si tratta di un bianco anglo-sassone.


Nella storia culturale e sociale degli Stati Uniti – anche qualora, come i più pessimisti prevedono, la sua presidenza si riveli debole sul piano economico e della politica estera, quasi un remake dei disastri di Jimmy Carter, e mettendo in conto gli inevitabili scontri con le Chiese in materia di principi non negoziabili – la chiusura dei conti e la riconciliazione nazionale in materia di diritti civili rimarranno comunque un frutto dell’elezione di Obama. Chiuso finalmente questo antico dossier, le Chiese e comunità religiose potranno tornare alle loro priorità. Sui temi dell’aborto e della famiglia (anche se Obama si dichiara contrario al matrimonio omosessuale – ma non così il suo partito) la strada da oggi è più in salita. Ma questo non significa che non debba essere percorsa con coraggio e determinazione. L’elettorato religioso statunitense non è certamente sparito: le voci di una sua morte sono, per dire il meno, premature, anche se il suo modo di esprimersi nel 2008 è stato influenzato da una serie di fattori probabilmente irripetibili.

martedì 28 ottobre 2008

IL VICOLO CIECO DEI RIFORMISTI PER FINTA


Riporto un articolo di Gianni Baget Bozzo che trovo davvero esaustivo nel chiarire "i movimenti" politci di questi giorni :


«È risorto»: ha intitolato Il Riformista il commento alla manifestazione romana del Pd.....

Veltroni ha definito la manifestazione come l'atto di una «piazza riformista», ma i riformisti ebbero le piazze solo con Craxi e a Milano e furono allora riunioni a favore del governo e non contro di esso. La «piazza riformista» è, per essenza, una piazza governativa.

Ma il testo più commovente è quello pubblicato nel consueto messaggio domenicale di Eugenio Scalfari. Scalfari dichiara la sua passione disarmata, quasi infantile, che lo spinge a visitare la piazza prima della manifestazione come uno spazio sacro, pregando da laico che il popolo la riempia. E poi gridando la sua gioia quando la televisione gli restituisce una piazza piena: non importa di quanti, basta l’immagine del video. Ma in genere tutti si sono compiaciuti perché la piazza aveva un volto, perché il pubblico, assai inferiore al milione, e non di meno era là. Il timore comune era proprio che la lunga storia comunista si fosse dissolta, che il sacro soggetto con cui si è identificata la cultura politica italiana finisse senza oggetto: e che Berlusconi e Bossi fossero il Paese reale che prendeva vistosamente le distanze dal Paese intellettuale, dalla stampa e dalla letteratura politica. Che una forza politica che controlla regioni, province e comuni di tanta parte d’Italia e ha a disposizione la Cgil non potesse riempire il Circo Massimo era impossibile. Ma la piazza del 25 ottobre non è la piazza di Cofferati, quando egli schierò contro il governo Berlusconi la forza del sindacato allora potente e motivato. Oggi Cofferati non potrebbe più produrre quella marcia su Roma e Nanni Moretti non potrebbe più animare i girotondi. Oggi Cofferati, rimosso dal partito, lascia la poltrona di sindaco di Bologna e la Cgil è un’organizzazione emarginata dagli altri sindacati.Ma la piazza di Veltroni non era riformista e non lo è il Partito democratico. La grande crisi aperta dalle banche americane che fa degli Stati e dei governi i decisori dell’economia, dovrebbe interessare un partito riformista, che avrebbe chiesto l’unità nazionale e interrotto ogni polemica con il governo nell’interesse del Paese. Come hanno fatto, a suo tempo, i laburisti inglesi, socialdemocratici tedeschi e i socialisti spagnoli. Ma il Pd non è in grado di fare questo e non lo ha fatto. D’Alema e Bersani sono rimasti inclusi nella linea di Veltroni, mentre ad essa ancora si oppone Parisi e il gruppo dei costituzionalisti. I rifondaroli benedicono la piazza e Liberazione annuncia con reverenza che «parla Veltroni». La manifestazione è stata fatta contro il governo come illegittimo e non democratico e Parisi e Di Pietro vi hanno raccolto firme per il referendum sul lodo Alfano. L’alternativa riformista è stata cancellata dal tempo nel Pds, sin dalla sua nascita alla Bolognina, quando Occhetto respinse la linea socialdemocratica offerta da Craxi e preferì una linea radicale che manteneva la rivendicazione del suo monopolio a sinistra propria del partito comunista.


Ci si meraviglia che Berlusconi sia così duro verso il Pd e verso le manifestazioni scolastiche da esso appoggiate e promosse. Egli sa ormai da decenni che D’Alema è sconfitto e che la linea di Veltroni, il partito radicale che mantiene la differenza comunista, è vincitrice. Il Pd rimane antiberlusconiano per principio e quindi può giustificarsi solo con una lotta frontale contro il governo. Su questo Pd, che non è più né riformista né rivoluzionario muove la pressione sia della Lega che di Di Pietro, cioè di una nuova destra che porrebbe problemi alla democrazia perché costruita solo sulla protesta, mentre il Paese chiede un governo. Speriamo che Berlusconi se la cavi e cavi il Paese dalle tenebre

giovedì 16 ottobre 2008

LEHMAN BROTHERS EX LOBBY DEL CLIMA e il guru Al Gore


Riporto quanto letto su internet in una delle mie navigate...


"Lehman Brothers era davvero una banca strana: solo l’anno scorso aveva pubblicato un voluminoso e influente rapporto che prevedeva l’evoluzione del clima da qui al 2100, ma non era stata capace di prevedere che sarebbe fallita nel giro di un anno.


Cosa ancora più curiosa è che molto probabilmente non si tratta di due episodi scollegati. Lehman Brothers era infatti molto coinvolta nel business del Carbon Trading (certificati "verdi" legati alle "carbon emission) voluto dal Protocollo di Kyoto, e strettamente legata alla “lobby del clima”: consulente scientifico di Lehman Brothers era James Hansen, direttore alla NASA dell’Istituto Goddard per gli Studi Spaziali, considerato anche il “padre” dell’effetto serra ovvero della traduzione in politiche radicali delle incerte teorie scientifiche sul riscaldamento globale.


Non solo, Lehman Brothers era anche la banca di riferimento della società creata da Al Gore nel 2004, la Generation Investment Management (GIM), che si occupa appunto di “commerciare” il carbonio, un’attività questa che potremmo anche meglio definire come speculazione finanziaria sull’aria calda. I legami con Al Gore non finiscono qui: l’Alliance for Climate Protection, di cui il Nobel per la Pace guida il Consiglio d’Amministrazione, ha come Managing Director quel Theodore Roosevelt IV che figura anche come Managing Director della Lehman Brothers, con un incarico speciale nel rapporto con i clienti più importanti della banca. Theodore Roosevelt IV, tra l’altro, non è esattamente un neofita dell’ecologismo. Al contrario egli è noto come un “conservazionista” militante, vice-segretario della Wilderness Society nonché amministratore del Museo Americano di Storia Naturale, del World Resources Institute, dell’Institute for Envirnoment and Natural Resources all’Università del Wyoming, e della Trout Unlimited, società conservazionista che si occupa di proteggere i pesci d’acqua dolce. Per finire Theodore Roosevelt IV è anche il segretario del Pew Center for Global Climate Change, un centro studi che promuove una nuova economia basata sulla teoria dei cambiamenti climatici.


Non sorprende perciò che Lehman Brothers negli ultimi anni abbia investito notevolmente nel business del Carbon Trading e che abbia prodotto un rapporto in due parti (febbraio e settembre 2007)dall’eloquente titolo “The Business of Climate Change”, che vuole convincere gli investitori a sostenere l’economia della “de-carbonizzazione” dimostrando gli alti profitti attesi grazie anche alle ingenti sovvenzioni pubbliche che il sistema del Protocollo di Kyoto genera. Va ricordato anche che quel rapporto ha avuto grande eco tra i leader politici, sui mass media e, ovviamente, dai Verdi è stato portato come prova schiacciante della giustezza della loro posizione: “Se lo dice anche Lehman Brothers!”… Quel rapporto è stato adottato, ad esempio, dai governi di Spagna ed Argentina come base per le politiche climatiche, oltre a essere stato osannato negli editoriali di autorevoli giornali di mezzo mondo. "
A proposito dello stesso personaggio e dell'affermazione della giustizia anche in questo mondo, non sarà però inutile ricordare che nel recente, clamoroso fallimento della Lehman Bros, la sua corresponsabilità è evidente come un cerchio giallo su un elefante; infatti è stato il nostro premio Nobel che ha convinto la banca d’affari ad effettuare poderosi investimenti nel commercio dei crediti di carbonio


Aggiungo..chi semina vento raccoglie tempesta

LO SVILUPPO FA BENE, LEGAMBIENTE LO DICE MA LO NEGA


Tratto da un articolo di di Fabrizio Proietti


In testa alla classifica delle città più "ecosostenibili" e attente ai problemi ambientali in genere, pubblicata dal Sole 24 Ore troviamo tutte città del centro-nord, mentre in fondo troviamo le città del sud. La ragione è evidente: contrariamente a quanto sostengono gli ecologisti, l’attenzione per l’ambiente migliora laddove c’è lo sviluppo.

Quando parliamo di sviluppo non parliamo solo di pil, ma di una serie di condizioni sociali e infrastrutture che rendono più agevole la vita ai cittadini. Scuole che educano, ospedali che curano, servizi sociali che rispondono ai bisogni delle famiglie, strade e ferrovie per collegare, opportunità di lavoro: tutto questo fa parte di una città e di un paese sviluppato, oltre ovviamente al pil.

Il fatto è che in tutto il mondo gli indicatori ambientali - la qualità dell’aria, dell’acqua, la salute delle foreste e così via – sono buoni e in miglioramento nei Paesi industrializzati e cattivi o in via di peggioramento nei paesi poveri.

Cito, a mo’ di esempio, un rapporto del Centro Internazionale per la fertilità dei suoli e lo sviluppo agricolo (Ifdc) il quale afferma che dal 1980 al 2004 l’Africa subsahariana ha visto degradarsi rapidamente il 75% dei terreni agricoli. Motivo: un eccessivo sfruttamento del suolo dovuto a pratiche agricole inadeguate, ovvero sistemi primitivi di agricoltura.

domenica 5 ottobre 2008

CRISI MUTUI, ECCO DA DOVE NASCE


Mentre impazza la crisi dei mercati finanziari, che mette a rischio lo sviluppo mondiale, e si moltiplicano le analisi su radici e prospettive, ci sembra utile riproporre un articolo scritto nel settembre 1999 sul New York Times, in cui si sottolinea la pericolosità di una decisione del presidente Clinton che forzava Fannie Mae (una delle banche protagoniste dell'attuale crac) ad aprire i cordoni della borsa, concedendo prestiti senza garanzie adeguate. Nell'articolo si prevede ciò che sta accadendo in queste settimane. Una lettura più utile di tante analisi.


Dal New York Times, 30 settembre 1999


FANNIE MAE FACILITA IL CREDITO PER FACILITARE I PRESTITI SU MUTUO


Steven A. Holmes


Con una mossa che punta ad aumentare la percentuale di proprietari di case fra le minoranze e i ceti a basso reddito, la Fannie Mae Corporation sta allentando le condizioni per i mutui che acquisterà dalle banche ed altri prestatori di denaro. Questo gesto, che comincerà come programma pilota destinato a coinvolgere 24 banche su 15 mercati diversi -- compresa la regione metropolitana di New York -- mira ad incoraggiare queste banche a concedere mutui per la casa a persone le cui garanzie normalmente non sono sufficienti per ottenere prestiti convenzionali. I funzionari di Fannie Mae dicono che sperano di farne un programma nazionale entro la primavera prossima.


Fannie Mae, il più grosso sottoscrittore nazionale di mutui per la casa, ha subito pressioni crescenti dal governo Clinton per allargare i cordoni dei mutui per favorire i ceti a basso e medio reddito, e ha avuto pressioni anche dai suoi azionisti perché mantenesse la crescita fenomenale dei suoi profitti. Inoltre, premono su Fannie Mae anche banche ed altri istituti finanziari interessati ad essere aiutati a concedere un maggior numero di prestiti ai soggetti cosiddetti subprime. A questi richiedenti, i cui redditi, status creditizio e risparmi non sono sufficienti per ottenere prestiti convenzionali, fanno credito soltanto i finanziatori che impongono tassi d'interesse molto più alti -- dai tre ai quattro punti di più dei prestiti convenzionali.


"Negli anni Novanta Fannie Mae ha aumentato le possibilità di acquistare la prima casa per milioni di famiglie," ha detto Franklin D. Raines, direttore e amministratore delegato di Fannie Mae. ''Ciononostante ci sono ancora troppi soggetti le cui caratteristiche sono appena un gradino sotto quanto stabilito dalle nostre condizioni, che sono stati relegati a pagare tassi di interesse notevolmente superiori sul mercato cosiddetto subprime.'' I dati demografici su questi soggetti sono vaghi. Ma da almeno una ricerca si ricava che il 18 per cento dei prestiti sul mercato subprime è andato a persone di colore, rispetto al 5 per cento dei prestiti sul mercato convenzionale.


Entrando, seppure sperimentalmente, in questa nuova area del credito, Fannie Mae sta assumendosi notevoli rischi in più, che potranno non produrre difficoltà in un periodo florido. Ma questa azienda, sussidiata dal governo, potrebbe trovarsi nei guai se si verifica un periodo di stallo economico, e richiedere un salvataggio da parte dello Stato simile a quello che è stato necessario per le casse di risparmio negli anni Ottanta.[....]


Con il programma pilota di Fannie Mae, ai consumatori ammessi saranno concessi mutui a un tasso di interesse superiore di un punto rispetto a quello dei mutui convenzionali trentennali inferiori a $240,000 -- che attualmente ottiene in media il 7,76 per cento. Se il soggetto sarà puntuale nel pagare le rate mensili puntualmente per due anni di seguito, il tasso scenderà di un punto. Fannie Mae non presta denaro direttamente ai consumatori ma acquista i prestiti che le banche fanno sul mercato cosiddetto secondario. Allargando il tipo di mutui che è disposta a comprare, Fannie Mae spera di spronare le banche ad aumentare i mutui per le persone con un profilo creditizio non proprio eccezionale. I funzionari di Fannie Mae insistono che i nuovi mutui saranno estesi a tutti i soggetti che hanno il potenziale per richiederli. Ma aggiungono che questa mossa mira in parte ad aumentare il numero di proprietari di case fra le minoranze e i ceti a basso reddito che tendono a non raggiungere le caratteristiche finanziarie dei bianchi non-ispanici.


Infatti, durante il boom economico degli anni Novanta è esploso il numero di proprietari di case fra le minoranze. Secondo il Joint Center for Housing Studies dell'Università di Harvard, dal 1993 al 1998 il numero di mutui concessi ai richiedenti ispanici è schizzato in su dell'87,2 per cento. Nello stesso periodo il numero di afro-americani che hanno ottenuto il mutuo per la casa è aumentato del 71,9 per cento e il numero di amer-asiatici del 46,3 per cento. Al confronto, il numero di bianchi non-ispanici che hanno ricevuto prestiti per la casa è aumentato del 31,2 per cento. Nonostante questi guadagni, la percentuale dei proprietari di case fra le minoranze continua ad essere inferiore a quella dei bianchi non-ispanici, in parte perche i neri e gli ispanici in particolare tendono ad offrire minori garanzie per il credito.


In luglio, il Dipartimento per la Casa e lo sviluppo urbanistico ha proposto di arrivare a un portafoglio per Fannie Mae e Freddie Mac costituito per il 50 per cento da crediti verso soggetti a reddito medio e basso. L'anno scorso, il 44 per cento dei prestiti acquistati da Fannie Mae venivano da questi gruppi. Il cambiamento nella politica viene nello stesso momento in cui al Dipartimento si sta indagando su delle accuse di discriminazione razziale rivolte ai sistemi di sottoscrizione automatizzati usati da Fannie Mae e Freddie Mac per determinare la solvibilità di chi fa domanda di credito.

(traduzione Alessandra Nucci)

mercoledì 17 settembre 2008

Morte: quando? Parte 2


Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento della dottoressa Chiara Mantovani, Presidente dell'Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara.


Leggo nell’articolo di Lucetta Scaraffia cui facevo riferimento all’inizio:


Come ha fatto notare Peter Singer, che si muove su posizioni opposte a quelle cattoliche: "Se i teologi cattolici possono accettare questa posizione in caso di morte cerebrale, dovrebbero essere in grado di accettarla anche in caso di anencefalie".


Mi sia consentito replicare sommessamente a Singer che il problema non è “cattolico”: i teologi cattolici esprimono posizioni coerenti con la teologia partendo dai dati di ragione forniti da altre discipline. E ciò che stride è proprio che in realtà il comportamento consigliato dai teologi morali di fede cattolica è coerente con le coordinate espresse finora: il paziente anencefalico dovrebbe essere (e in Italia lo è!) monitorato per tutta quella parte di encefalo che ha e solo al raggiungimento del silenzio elettrico è dichiarato morto! Si applica proprio in questo caso-limite tutta la prudenza invocata prima: se bastasse solo un EEG, visto che non c’è niente da controllare (il bimbo anencefalico ha solo piccole parti di cervello, spesso non la corteccia) sarebbe dichiarato morto subito. Invece si va oltre, si aspetta che ogni più piccolo segnale sia cessato, e si aspetta che sia cessato per un tempo doppio rispetto all’adulto perché conosciamo la maggiore resistenza del tessuto nervoso del neonato all’anossia.


Se si ragionasse nei termini di “assenza di coscienza” (senza corteccia cerebrale non c’è coscienza) si darebbe ragione al signor Singer, il quale, dal canto suo, non ha neppure bisogno dell’EEG per dichiarare un essere umano una non-persona: per lui fino a quando non si hanno capacità di parola e relazione, non si ha dignità umana! Se si ragionasse nei termini di vita degna-non degna, si potrebbero accelerare i tempi di morte di pazienti senza corteccia funzionante (senza capacità di relazione), ma con il cuore che batte da solo e con i polmoni che scambiano anidride carbonica con ossigeno.


Invece la testardaggine tutta cristiana di appoggiarsi al dato reale ci protegge fino in fondo. Quando sussiste segno di vita, è vita. Bella, brutta, gradevole o puzzolente, è vita.


Ma nell’articolo uscito il 3 settembre, si riportava anche un’altra affermazione francamente sorprendente:


Facendo il punto sulla questione, Becchi scrive che “l’errore, sempre più evidente, è stato quello di aver voluto risolvere un problema etico-giuridico con una presunta definizione scientifica”, mentre il nodo dei trapianti “non si risolve con una definizione medico-scientifica della morte”, ma attraverso l’elaborazione di “criteri eticamente e giuridicamente sostenibili e condivisibili”.


Forse fraintendo, me lo auguro, ma qui c’è un invito a prescindere dai fatti. Che cosa può appoggiare legittimamente il giudizio se non la conoscenza del fatto, nella misura che è possibile alla ragione e all’esperienza? Quando la morte si accertava con lo specchietto (se si appannava, si era vivi; se no, si era sepolti. E per giunta senza aspettare troppo tempo, per via della puzza) si commettevano delitti contro l’etica o contro la buona pratica clinica? E poi la verità su cui appoggiare il giudizio dovrebbe scaturire dall’accordo su ciò che è giusto? Mettiamo ai voti i criteri di accertamento della morte?


Il problema etico è di (apparente) semplice soluzione: si dispone con rispetto del cadavere, si tratta con rispetto il vivente. Mi pare superfluo soffermarmi sulla differenza tra “disporre” e “trattare”.


La natura di cosa, ancorché nobile, del corpo morto attiene alla sostanza cadaverica; la natura di persona del corpo vivente attiene alla sostanza di essere. L’una e l’altra vedono nei loro confronti applicata l’etica quando ricevono un trattamento adeguato alla rispettiva natura.


Il problema giuridico è più complesso perché si tratta di tradurre in pratica norme valide per ogni situazione. E in un panorama etico e sociale diviso, anzi, frammentato, come il moderno, questa è operazione sempre più complessa. Ma se anche la legislazione si allontana dalla concretezza del dato conosciuto e onestamente riconosciuto, e se cade nel tranello della concertazione, allora non so immaginare quale possibilità possa avere l’etica di trovare un fondamento comune.

Morte: quando? Parte 1

Lucetta Scaraffia, dalle pagine dell’Osservatore Romano, riapre una questione che periodicamente solleva discussioni e perplessità: la dichiarazione di morte di una persona umana.

L’argomento è terribile ed affascinante: conosco persone che, tanti anni fa, si iscrissero ad una associazione di donatori d’organo spinte dal solo terrore di essere sepolti vivi. Meglio star certi di finire nella cassa senza rischi di svegliarsi. Il che non è propriamente una dimostrazione di fiducia nella perizia medica, ma ha una sua giustificazione emotiva.

Non sarà forse inutile ripetere alcune piccole considerazioni, tenendo presente sia gli aspetti tecnico-scientifici che quelli etici; non affrontando quelli medico-legali, per il solo motivo che essi sono regolati dalla legislazione, sulla quale attualmente non c’è modo di agire: questo è dunque un aspetto ininfluente non sulla prassi, ma certamente sulla comprensione del problema.

Però resta vero, e anzi assolutamente notabile, che la legislazione si avvale, per esprimersi, di basi di competenza che le sono estranee: ecco il ruolo della scienza medica supportata dal corredo tecnico sufficiente a fornire basi oggettive. Così come è doveroso rimarcare che la nostra legislazione prevede i protocolli più aderenti alle notizie scientifiche certe di cui disponiamo, diversamente da quanto accade in altri Stati europei o nordamericani.

E diciamo subito una verità tanto sgradevole quanto evidente: prima o poi bisogna consegnare il corpo morto ad un seppellitore. Oggi anche ad un inceneritore, a causa del poco spazio disponibile per i cimiteri nelle aree urbane e ancor più il disagio psicologico del pensiero della decomposizione. Non si tratta di cinismo, ma solo di realismo.

Per cominciare è indispensabile fare chiarezza sui termini usati: leggo affermazioni tanto inesatte al punto da fraintendere la realtà.

Morte cerebrale: è una espressione errata, dannosa, fuorviante. Troppo usata, purtroppo, come sinonimo di “morte encefalica”, che invece è tutta un’altra questione. Per dare un’idea, anche se grossolana: come se affermassimo che
dormire profondamente è come essere morto.

Invece, con “morte encefalica” si intende il silenzio elettrico (l’assenza totale, ripetutamente registrata, di ogni attività nella corteccia cerebrale, nel ponte e nel bulbo: tutto l’encefalo!) di ogni struttura deputata a generare e coordinare qualsiasi altra attività del corpo.

Anche solo da questa generica definizione chiunque può capire che se uno che sembra morto, perché magari non risponde alle parole e ai suoni intorno a lui, ma invece respira da solo e il suo cuore batte autonomamente, evidentemente non è davvero morto! Succede che una parte dell’encefalo sia rovinata, ma non tutto: ciò che regola cuore e polmoni funziona! Non entriamo qui nel delicato argomento di come si voglia considerare la vita di questa ipotetica (ma poi mica tanto!) persona: sofferente, non dignitosa, inutile, insopportabile (per gli altri). Queste sono valutazioni diverse dalla semplice constatazione che la vita non ha abbandonato quel corpo.

Come stabiliamo la morte? Rilevando la cessazione delle funzioni che conosciamo necessarie alla vita: respirazione e circolazione. Chiaramente deve essere una cessazione, non una temporanea e breve interruzione; ma sappiamo anche che un quarto d’ora nell’adulto, mezzoretta nel bambino, senza respirare e/o battere del cuore (e le due cose sono strettamente collegate) causano la morte. In pratica: senza ossigeno (procurato nei polmoni) distribuito in tutto il corpo dalla pompa-cuore, il cervello (tutto il cervello!!!) si danneggia e non funziona più, ovvero non è in grado di assolvere alla sua funzione di struttura di coordinamento e di input per tutte le funzioni vitali. E’ un meraviglioso meccanismo autoregolamentato: l’encefalo fa da centralina elettrica, la circolazione porta l’ossigeno dai polmoni alla periferia, anche alla centralina stessa. Interrompere a qualsiasi livello queste funzioni integrate è mettere la macchina corporea fuori uso. Se vediamo qualcuno gravemente traumatizzato, trapassato da pallottole, esanime, senza respirazione, intuiamo la sua morte; ma il motivo vero, in ultima analisi, è sempre riconducibile all’impossibilità di assicurare ossigeno e acqua ai tessuti!

Non sembri, questa elementare descrizione dei meccanismi fisici, dettata da indifferenza verso i sempre presenti significati metafisici: ma è troppa la confusione attualmente presente per tralasciare il lato più concreto.

Coma (depassé, profondo: aggettivi ancora usati ma inesatti) stato vegetativo (permanente o persistente che dir si voglia: in ogni modo si dice impropriamente), non sono equivalenti della morte encefalica: ovvero dello stato in cui, per quel che ne sappiamo finora, la capacità di provvedere ai processi vitali (appunto quelli che consentono la vita) è venuta meno.

E con chiarezza si può affermare che oggi in Italia la legge consente l’espianto di organi solo in caso di morte accertata con criteri neurologici che definiscano un quadro di morte encefalica e non cerebrale.

Per dirla bene: l’elettroencefalogramma piatto NON è ancora morte encefalica, non si espiantano organi se i centri profondi bulbari danno ancora segno di attività elettrica.

Qualcuno può riferire di una certa “fretta” nel cercare di ottenere il permesso dei parenti (in Italia ancora vincolante): e qui si apre la voragine di un corretto rapporto e comunicazione dei medici nei confronti dei pazienti e delle loro famiglie. C’è poi il grande dramma psicologico di vedere qualcuno che amiamo sottoposto a ciò che sembra una cura medica (circolazione e ventilazione forzate per mantenere quel necessario apporto di ossigeno): bisognerebbe spiegare bene che sono solo i tempi richiesti proprio per quell’accertamento rigoroso dei criteri di morte encefalica; bisognerebbe riuscire a far intendere che è proprio un meccanismo di sicurezza per accorgersi se ci si è sbagliati, se una registrazione si è interrotta dando risultati falsati. E’ durissimo vedere e sentir parlare di “cadavere a cuore battente”, perché siamo tradizionalmente legati all’immagine del cuore come centro della vita, ma è indispensabile fare uno sforzo chiarificatore per togliere, per quanto è possibile, l’illusione di vita.

Certamente nessuna legge riesce ad impedire l’abuso: e la consapevolezza di questo dovrebbe sempre accompagnare il legislatore, inducendolo ad una prudenza e ad una umiltà che consentano sempre l’aggiornamento sulla base di eventuali nuove scoperte tecnico-scientifiche.