di Riccardo Cascioli
C’è davvero un’emergenza fame su scala globale e senza precedenti? Ed è davvero iniziata – come titolava un giornale qualche settimana fa – la “guerra mondiale per il cibo”? Il tam tam mediatico cominciato alla fine di marzo ha indubbiamente fatto intravedere scenari da incubo, con possibili – se non probabili - decine di milioni di morti per fame, e con governi e agenzie umanitarie mobilitate per evitare il peggio. Sia ben chiaro: guai a sottovalutare la povertà e le condizioni di estrema precarietà in cui vivono ancora tante persone nel mondo; eppure tanto allarmismo fa nascere qualche sospetto, soprattutto quando si leggono la diagnosi e la cura proposta da tante fonti autorevoli. Ad esempio, il sito della britannica BBC, nello speciale appositamente dedicato al problema, afferma che la prima causa della crisi sta nell’aumento della popolazione e nel fatto che il genere umano sta consumando più risorse di quelle effettivamente disponibili. Se questo è il male si può facilmente capire quale sarà la cura: così il rischio che parte dei fondi straordinari raccolti per fronteggiare l’emergenza sia dirottato in programmi per il controllo delle nascite è tutt’altro che remoto.
Per questo è importante capire bene i termini del problema: ciò cui stiamo assistendo in questi mesi è una crisi alimentare dovuta al rincaro dei prezzi dei prodotti agricoli – soprattutto cereali - che si sta registrando negli ultimi due anni. Ovviamente ciò colpisce soprattutto le popolazioni povere che vivono nei grandi centri urbani del Terzo mondo. Ma tale rincaro dei prezzi non ha niente a che vedere con la mancanza di cibo, che invece a livello globale c’è ed è più che sufficiente a sfamare l’attuale popolazione mondiale e anche quella prevista per i prossimi decenni. Insomma questa crisi non ha niente a che vedere con le grandi carestie del XIX secolo o con la gravissima penuria di cibo seguita alla fine della Seconda Guerra mondiale, e neanche con le emergenze fame che negli anni ’60-’70 del XX secolo hanno colpito il Biafra, il Sahel e più in generale l’Africa sub-sahariana.Basterebbe andare a consultare le statistiche della FAO per verificare che dal 1970 ad oggi la disponibilità di cibo pro-capite è decisamente aumentata in tutto il mondo – anche nei Paesi dell’Africa sub-sahariana - malgrado la popolazione sia quasi raddoppiata, dai poco più di 3 miliardi e mezzo del 1970 agli attuali 6,3 miliardi. Un dato che trova conferma nell’ultimo Rapporto dell’ONU sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio (2007). Qui leggiamo: “A livello mondiale, il numero di persone nei Paesi in via di sviluppo che vivono con meno di un dollaro al giorno è sceso da un miliardo e 250 milioni nel 1990 a 980 milioni nel 2004”; e questo – ripetiamo – malgrado nel frattempo la popolazione sia aumentata di circa un miliardo di persone. Infatti, in termini percentuali il progresso è ancora più evidente: “Nello stesso periodo la proporzione di persone che vivono in estrema povertà è scesa da circa il 33% al 19”. Tanto che lo stesso rapporto afferma che anche “i più poveri stanno diventando un po’ meno poveri in quasi tutte le regioni”.In tutto questo periodo il prezzo dei prodotti agricoli è rimasto abbastanza stabile, con una leggera tendenza al rialzo valutabile intorno al 3%. Poi, improvvisamente la svolta: dal marzo 2007 al marzo 2008 i prezzi hanno registrato un’impennata: il riso è salito del 74%, il grano del 130%, la soia dell’87% . E’ ovvio che non può essere stato un aumento di circa 70 milioni di persone (più o meno è questo l’incremento annuo della popolazione mondiale) ad aver provocato tale sconquasso. Sarebbe perciò una sciagura se l’attuale crisi alimentare diventasse il pretesto per rilanciare vecchie politiche anti-nataliste che hanno già provocato abbastanza disastri.Se si vuole evitare che si cancellino in poco tempo i progressi nella lotta alla fame fatti in tanti decenni, si deve perciò intervenire sui veri fattori all’origine della crisi, che sono diversi: le politiche agricole dei Paesi sviluppati, che si basano su un sistema di sussidi e dazi che penalizza i Paesi poveri ma anche la produzione in generale (il caso delle “quote” europee è emblematico); l’aumento del costo dei trasporti; la produttività agricola, che nei Paesi del Terzo mondo è ancora estremamente bassa (e da questo punto di vista un aiuto potrebbe venire dagli Organismi Geneticamente Modificati); le spinte speculative sul mercato dei prodotti agricoli; la riconversione delle colture per produrre i biocarburanti.Quest’ultimo fattore tra tutti merita un approfondimento perché è qui che si scontrano opposte visioni dello sviluppo.Anche all’ONU ora si alzano sempre più forti le voci che chiedono una moratoria sui biocarburanti, ovvero sull’uso di mais e barbabietole da zucchero per produrre combustibile per auto. In pratica una quantità sempre crescente di terreni agricoli vengono destinati a coltivazioni che non hanno scopo alimentare. La distorsione del mercato che ne consegue è evidente. Già nei Paesi industrializzati si sta spendendo dai 13 ai 15 miliardi di dollari l’anno per incentivare tali coltivazioni, al punto che per ogni litro di etanolo che si produce l’Unione Europea versa un dollaro di sussidio pubblico. Il confronto con il costo dei combustibili fossili (che invece sono fonte di introiti per lo Stato) è impietoso e oltretutto per dei risultati più che modesti: la riduzione delle emissioni di gas serra dei biocarburanti (obiettivo della scelta politica) è nell’ordine del 13-18 per cento rispetto ai combustibili fossili.Già così – dando per vero che dalle nostre emissioni di gas serra dipende il futuro del clima - si può tranquillamente definire una follia la scelta dell’Unione Europea e dei Paesi sviluppati di puntare sui biocarburanti. Ma il fatto è che non è neanche vero l’assunto che sta alla base di queste scelte politiche. Le emissioni di gas serra sono diventate un totem della nostra società, ma non c’è alcuna evidenza scientifica del legame tra attività umane e cambiamenti climatici, e anzi sono in costante crescita gli scienziati che si oppongono esplicitamente a questa teoria. In ogni caso, scegliere di intervenire su un fattore naturale (riduzione di gas serra) anche a scapito dello sviluppo di intere popolazioni, mette in rilievo la tipica concezione ecologista, che nel migliore dei casi considera l’uomo una variabile naturale fra le tante e nel peggiore lo vede come un pericoloso nemico della natura che va fermato in tutti i modi.Questo approccio, però, oltre a provocare povertà crescente fra la popolazione umana (come sta accadendo) peggiora anche lo stato della natura.
Bloccare la proliferazione di biocarburanti sarebbe dunque soltanto un primo passo per riaffermare la concezione che pone lo sviluppo integrale dell’uomo come obiettivo vero di ogni politica economica e anche di ogni politica ambientale.
martedì 27 maggio 2008
mercoledì 21 maggio 2008
Da Martin a Martini Lutero.
di ANTONIO SOCCI
Nel suo nuovo libro, l’ex arcivescovo di Milano ammette l’influenza protestante sul cattolicesimo. Anni fa schierò l’Inquisizione contro chi poneva il problema...
Da Martin Lutero a Martini Lutero? La battuta sarebbe già pronta, se non fosse che nel caviale del tramonto dell'ex arcivescovo di Milano c'è davvero poco da ridere. La tristezza e la malinconia del cardinale lasciano sbigottiti, interdetti. Forse per ritrovare il bello sguardo cristiano di Péguy e di santa Teresina bisogna guardare altrove, a tanti semplici cristiani senza porpora che ci sorprendono ogni giorno con la loro letizia. Dicevo che il cardinale fa l'elogio di Lutero, almeno stando alle anticipazioni che La Repubblica e Il Foglio fanno del suo ultimo libro-intervista, "Colloqui notturni a Gerusalemme", uscito in Germania per le edizioni Herder. La Repubblica c'informa che il prelato «elogia Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio». Secondo Il Foglio, Martini definisce Lutero, che nella storia della Chiesa è stato una delle più tragiche calamità, come «il più grande riformatore». Poi aggiunge che a Lutero «l'amore per le Sacre Scritture ispirò buone idee» (testuale!) e pur ritenendo «problematico» il fatto che Lutero abbia «tratto da riforme e ideali necessari un sistema proprio», tuttavia Martini afferma che la Chiesa contemporanea «se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe». Francamente non mi pare che duemila anni di esegesi cattolica e di studi biblici avessero bisogno di Lutero che ha dissolto le Sacre Scritture, non le ha certo "scoperte". Tanto è vero che proprio dal mondo protestante è arrivata quell'ondata demolitoria che ha fatto letteralmente a pezzi i Vangeli (o almeno ci ha provato). Questa sì è una peste che è entrata dentro la Chiesa, ma appunto come un'epidemia mortale (lo denunciò Paolo VI con parole accoratissime!). Quello che sorprende, nelle parole di Martini, non è tanto o solo l'elogio di Lutero, ma l'esplicita affermazione che la Chiesa del Concilio si sarebbe "ispirata" all'eretico e scismatico Lutero. Mi soffermo su questo -come si suol dire - per fatto personale. Il cardinal Martini - benché noto come progressista, dialogante e tollerante - è il vescovo, l'unico che io sappia dagli anni del Concilio, che ha sottoposto all'Inquisizione (chiamato oggi Tribunale ecclesiastico di Milano) alcune persone, oltretutto laiche, per un'opinione, una semplice opinione oltretutto non di dottrina, ma di natura storica e culturale (dove la disciplina ecclesiastica non vale).
GIORNALISTI INQUISITI
Accadde nel 1988 e io fui uno dei tre giornalisti del settimanale cattolico "Il Sabato" ad essere convocato in Curia e interrogato dal rappresentante del Tribunale ecclesiastico, monsignor Coccoplamerio. Quale fu il nostro "crimine" ? Un'analisi storica. In una lunga inchiesta sulla crisi della Chiesa, constatammo - con una documentata analisi (elogiata fra gli altri da Augusto Del Noce) - la «corrosione protestante del cattolicesimo politico, ancor più esplicita fra i cattolici intellettuali». Un gruppetto di intellettuali cattoprogressisti presentò un esposto all'arcivescovo di Milano perché, con tale analisi, a loro dire, avremmo leso la "buona fama" di Giuseppe Lazzati, che era uno dei tanti intellettuali menzionati e che mai ci eravamo sognati di attaccare sul piano personale. Il cardinale avrebbe potuto archiviare l'esposto, trattandosi di una normale e libera discussione storico-culturale. Invece attivò il procedimento finché "Il Sabato", essendo un settimanale cattolico legato a Comunione e liberazione, non dovette chinare la testa e fare una specie di abiura per "disciplina ecclesiastica". Un piccolo "caso Galileo" che esplose sui media grazie al Giornale di Montanelli che sparò tutto in prima pagina con questo titolo: "A Milano è tornata l'Inquisizione. Al rogo il settimanale Il Sabato?". Seguirono giorni di polemiche, editoriali e commenti. Il cardinale Martini fu molto seccato perché la cosa era diventata pubblica associando il suo nome all'Inquisizione delle idee. Il caso fu emblematico perché rese evidente che nella Chiesa postconciliare i teologi potevano mettere in discussione tutti i dogmi della fede, dalla Trinità a Maria, passando per i Vangeli, ma guai a mettere in discussione lorsignori "intellettuali cattolici" o più in generale l'establishment cattolico. L'Immacolata Concezione e la Resurrezione di Cristo si potevano discutere, ma Scoppola, Dossetti, Lazzati, Alberigo (con i Prodi e i De Mita che ne erano la proiezione politica) e tanti altri campioni del mondo cattolico, quelli no. Oggi - dopo aver subito quel procedimento di Martini per aver constatato la "protestan tizzazione" del cattolicesimo leggiamo che secondo lo stesso cardinal Martini la Chiesa conciliare «si è lasciata ispirare» da Lutero. Così oggi è lui che dichiara proprio ciò che fu imputato a noi. Certo, per lui questa influenza protestante sul cattolicesimo pare sia cosa buona e giusta. Per altri (me compreso) è una vera sciagura. Mi sembra che anche Paolo VI vedesse nefaste influenze esterne che dissolvevano la vera fede. Lo si intuiva quando denunciò l'invasione di un pensiero «non cattolico» dentro il cattoliceismo, quando intervenne per stoppare le influenze protestanti (durante la redazione della Dei Verbum o sul dogma della Resurrezione di Cristo) e anche quando denunciò il «fumo di Satana» entrato nel tempio di Dio. D'altra parte a condannare questa "protestantizzazione" della Chiesa, curiosamente, fu lo stesso Oscar Cullmann, uno dei più famosi teologi protestanti, spesso citato in ambito cattolico. Ecco le sue testuali parole: «Se mi è permesso, come protestante, di fare questa constatazione, direi che da allora (il Concilio Vaticano II) certi ambienti cattolici, ben lungi dal lasciarsi ispirare dalla necessità di osservare i limiti dell'adattamento che non vanno superati, non si accontentano di cambiare le forme esteriori, ma prendono le stesse norme del pensiero e dell'azione cristiana, non dal Vangelo, ma dal mondo moderno. Più o meno inconsciamente, seguono così i protestanti, non in ciò che hanno di migliore, la fede dei Riformatori, ma nel cattivo esempio che loro offre un certo protestantesimo, detto moderno. Il grande colpevole non è il mondo secolarizzato, ma il falso comportamento dei cristiani riguardo a questo mondo, l'eliminazione dello "scanda lo" della fede. Si ha "vergogna del Vangelo" (Rom. 1,16)».
LA FEDE AUTENTICA
Parole simili e ancora più drammatiche sono state pronunciate, nella sua ultima intervista, da don Luigi Giussani: «La Chiesa si è vergognata di Cristo». E qua il problema riguarda tutti gli uomini di Chiesa. Martiniani e antimartiniani. I quali, per esempio, non intervengono contro le vere e proprie eresie che vengono insegnate nei seminari o nelle facoltà teologiche, ma invece intervengono (e tanto) su tutti i problemi della vita pubblica compresa la legge elettorale: i martiniani magari tuonano sui rom, gli altri sulla bioetica. Tutti hanno i loro "valori non negoziabili" (di tipo sociale gli uni, di tipo morale gli altri), ma forse si dimentica che per la Chiesa - fin dalle origini apostoliche - l'unico "valore" assolutamente non negoziabile è Gesù Cristo e la vera fede cattolica. Che pochissimi oggi difendono. Eppure per un cristiano solo quella vale, tutto il resto è "spazzatura". San Paolo, proprio parlando della Legge (i "valori non negoziabili"), scriveva: «tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Fil. 3,8). Forse è vero, il problema non è «il mondo secolarizzato», ma un cristianesimo che annacqua o corrompe la vera fede. Perché così la vita quotidiana di tutti è disperata. E non si incontra nessuna speranza. www.antoniosocci.it
Nel suo nuovo libro, l’ex arcivescovo di Milano ammette l’influenza protestante sul cattolicesimo. Anni fa schierò l’Inquisizione contro chi poneva il problema...
Da Martin Lutero a Martini Lutero? La battuta sarebbe già pronta, se non fosse che nel caviale del tramonto dell'ex arcivescovo di Milano c'è davvero poco da ridere. La tristezza e la malinconia del cardinale lasciano sbigottiti, interdetti. Forse per ritrovare il bello sguardo cristiano di Péguy e di santa Teresina bisogna guardare altrove, a tanti semplici cristiani senza porpora che ci sorprendono ogni giorno con la loro letizia. Dicevo che il cardinale fa l'elogio di Lutero, almeno stando alle anticipazioni che La Repubblica e Il Foglio fanno del suo ultimo libro-intervista, "Colloqui notturni a Gerusalemme", uscito in Germania per le edizioni Herder. La Repubblica c'informa che il prelato «elogia Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio». Secondo Il Foglio, Martini definisce Lutero, che nella storia della Chiesa è stato una delle più tragiche calamità, come «il più grande riformatore». Poi aggiunge che a Lutero «l'amore per le Sacre Scritture ispirò buone idee» (testuale!) e pur ritenendo «problematico» il fatto che Lutero abbia «tratto da riforme e ideali necessari un sistema proprio», tuttavia Martini afferma che la Chiesa contemporanea «se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe». Francamente non mi pare che duemila anni di esegesi cattolica e di studi biblici avessero bisogno di Lutero che ha dissolto le Sacre Scritture, non le ha certo "scoperte". Tanto è vero che proprio dal mondo protestante è arrivata quell'ondata demolitoria che ha fatto letteralmente a pezzi i Vangeli (o almeno ci ha provato). Questa sì è una peste che è entrata dentro la Chiesa, ma appunto come un'epidemia mortale (lo denunciò Paolo VI con parole accoratissime!). Quello che sorprende, nelle parole di Martini, non è tanto o solo l'elogio di Lutero, ma l'esplicita affermazione che la Chiesa del Concilio si sarebbe "ispirata" all'eretico e scismatico Lutero. Mi soffermo su questo -come si suol dire - per fatto personale. Il cardinal Martini - benché noto come progressista, dialogante e tollerante - è il vescovo, l'unico che io sappia dagli anni del Concilio, che ha sottoposto all'Inquisizione (chiamato oggi Tribunale ecclesiastico di Milano) alcune persone, oltretutto laiche, per un'opinione, una semplice opinione oltretutto non di dottrina, ma di natura storica e culturale (dove la disciplina ecclesiastica non vale).
GIORNALISTI INQUISITI
Accadde nel 1988 e io fui uno dei tre giornalisti del settimanale cattolico "Il Sabato" ad essere convocato in Curia e interrogato dal rappresentante del Tribunale ecclesiastico, monsignor Coccoplamerio. Quale fu il nostro "crimine" ? Un'analisi storica. In una lunga inchiesta sulla crisi della Chiesa, constatammo - con una documentata analisi (elogiata fra gli altri da Augusto Del Noce) - la «corrosione protestante del cattolicesimo politico, ancor più esplicita fra i cattolici intellettuali». Un gruppetto di intellettuali cattoprogressisti presentò un esposto all'arcivescovo di Milano perché, con tale analisi, a loro dire, avremmo leso la "buona fama" di Giuseppe Lazzati, che era uno dei tanti intellettuali menzionati e che mai ci eravamo sognati di attaccare sul piano personale. Il cardinale avrebbe potuto archiviare l'esposto, trattandosi di una normale e libera discussione storico-culturale. Invece attivò il procedimento finché "Il Sabato", essendo un settimanale cattolico legato a Comunione e liberazione, non dovette chinare la testa e fare una specie di abiura per "disciplina ecclesiastica". Un piccolo "caso Galileo" che esplose sui media grazie al Giornale di Montanelli che sparò tutto in prima pagina con questo titolo: "A Milano è tornata l'Inquisizione. Al rogo il settimanale Il Sabato?". Seguirono giorni di polemiche, editoriali e commenti. Il cardinale Martini fu molto seccato perché la cosa era diventata pubblica associando il suo nome all'Inquisizione delle idee. Il caso fu emblematico perché rese evidente che nella Chiesa postconciliare i teologi potevano mettere in discussione tutti i dogmi della fede, dalla Trinità a Maria, passando per i Vangeli, ma guai a mettere in discussione lorsignori "intellettuali cattolici" o più in generale l'establishment cattolico. L'Immacolata Concezione e la Resurrezione di Cristo si potevano discutere, ma Scoppola, Dossetti, Lazzati, Alberigo (con i Prodi e i De Mita che ne erano la proiezione politica) e tanti altri campioni del mondo cattolico, quelli no. Oggi - dopo aver subito quel procedimento di Martini per aver constatato la "protestan tizzazione" del cattolicesimo leggiamo che secondo lo stesso cardinal Martini la Chiesa conciliare «si è lasciata ispirare» da Lutero. Così oggi è lui che dichiara proprio ciò che fu imputato a noi. Certo, per lui questa influenza protestante sul cattolicesimo pare sia cosa buona e giusta. Per altri (me compreso) è una vera sciagura. Mi sembra che anche Paolo VI vedesse nefaste influenze esterne che dissolvevano la vera fede. Lo si intuiva quando denunciò l'invasione di un pensiero «non cattolico» dentro il cattoliceismo, quando intervenne per stoppare le influenze protestanti (durante la redazione della Dei Verbum o sul dogma della Resurrezione di Cristo) e anche quando denunciò il «fumo di Satana» entrato nel tempio di Dio. D'altra parte a condannare questa "protestantizzazione" della Chiesa, curiosamente, fu lo stesso Oscar Cullmann, uno dei più famosi teologi protestanti, spesso citato in ambito cattolico. Ecco le sue testuali parole: «Se mi è permesso, come protestante, di fare questa constatazione, direi che da allora (il Concilio Vaticano II) certi ambienti cattolici, ben lungi dal lasciarsi ispirare dalla necessità di osservare i limiti dell'adattamento che non vanno superati, non si accontentano di cambiare le forme esteriori, ma prendono le stesse norme del pensiero e dell'azione cristiana, non dal Vangelo, ma dal mondo moderno. Più o meno inconsciamente, seguono così i protestanti, non in ciò che hanno di migliore, la fede dei Riformatori, ma nel cattivo esempio che loro offre un certo protestantesimo, detto moderno. Il grande colpevole non è il mondo secolarizzato, ma il falso comportamento dei cristiani riguardo a questo mondo, l'eliminazione dello "scanda lo" della fede. Si ha "vergogna del Vangelo" (Rom. 1,16)».
LA FEDE AUTENTICA
Parole simili e ancora più drammatiche sono state pronunciate, nella sua ultima intervista, da don Luigi Giussani: «La Chiesa si è vergognata di Cristo». E qua il problema riguarda tutti gli uomini di Chiesa. Martiniani e antimartiniani. I quali, per esempio, non intervengono contro le vere e proprie eresie che vengono insegnate nei seminari o nelle facoltà teologiche, ma invece intervengono (e tanto) su tutti i problemi della vita pubblica compresa la legge elettorale: i martiniani magari tuonano sui rom, gli altri sulla bioetica. Tutti hanno i loro "valori non negoziabili" (di tipo sociale gli uni, di tipo morale gli altri), ma forse si dimentica che per la Chiesa - fin dalle origini apostoliche - l'unico "valore" assolutamente non negoziabile è Gesù Cristo e la vera fede cattolica. Che pochissimi oggi difendono. Eppure per un cristiano solo quella vale, tutto il resto è "spazzatura". San Paolo, proprio parlando della Legge (i "valori non negoziabili"), scriveva: «tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Fil. 3,8). Forse è vero, il problema non è «il mondo secolarizzato», ma un cristianesimo che annacqua o corrompe la vera fede. Perché così la vita quotidiana di tutti è disperata. E non si incontra nessuna speranza. www.antoniosocci.it
Puffiamo
di Michela Proietti
“Schtroumpf” in fiammingo, “Smurfs” in inglese, “Barrufets” in catalano: in 50 anni di vita i Puffi sono stati tradotti in 25 lingue diverse, arabo compreso. Inventori di un linguaggio nuovo (“puffiamo?”), hanno trasformato l’amanita muscaria in un rifugio sicuro e il loro colore cianotico nell’inimitabile “blu puffo”.Disegnati nel 1958 dal fumettista belga Pierre Culliford, detto Peyo, sono diventati icona pop dopo la serie animata prodotta da Hanna & Barbera, studiati persino dagli antropologi. Creature sataniche, reincarnazioni dei saggi della Nuova Atlantide di Bacon, specchio di un kolchoz comunista, con l’inno dell’Urss camuffato dal tipico canticchiare “ la la lala lala la lalalala”. Umberto Eco nel 1979 scriveva per “Alfabeta” il saggio Schtroumpf und Drang, dove definiva le storie dei Puffi “deliziose, piene di humour, quasi educative”. Nel 2005 lo studioso di scintoismo Antonio Soro pubblicava il libro “I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria”, sostenendo la teoria della comunità massonica. “È stato un fenomeno pensato per bambini che ha immediatamente catturato l’interesse degli adulti”, dice il sociologo Massimo Introvigne, che del libro di Soro ha firmato la prefazione. “Su quella comunità coesa si sono interrogati studiosi alle prese con la frammentazione della società moderna. Ma la teoria massonica è divertissment intellettuale, poiché i Puffi sono nati da una scuola di fumettisti belgi cattolici”.Valore estetico e rimandi con le degenerazioni della società contemporanea: i due elementi hanno decretato il successo mondiale del personaggio di Peyo. “Lo stile è quello della ligne claire: tratto limpido e netto, con uno sfondo molto curato. Nell’epoca dei manga giapponesi creati al computer, i Puffi introducevano un senso estetico che anche i bambini sapevano riconoscere”, dice Introvigne. Il villaggio dove tutto scorre tranquillo, eccezione fatta per le incursioni dello stregone Gargamella; le mansioni affidate e tramandate senza lotte di potere; la comunità governata da un vecchio saggio; il rispetto per le minoranze, rappresentate da Puffetta. “Tutti questi elementi hanno avuto grande presa sociale, soprattutto nel momento di anomia determinata dal passaggio dalla società tradizionale a quella individuale. Dopo il 1968 si è passati ad una forma di società a coriandoli, con individui consapevoli dei propri diritti ma incapaci di sviluppare un senso di comunità. I Puffi hanno rappresentato un passato mitologico, un modello di civiltà parrocchiale di cui si aveva grande nostalgia, ma che era impossibile ricreare. Oggi i Simpson hanno lo stesso valore di denuncia sociale, ma funzionano al contrario: il villaggio è quello disfunzionale contemporaneo, con tutte le sue schizofrenie”. Mentre la famiglia americana di Matt Groening soccombe alla politica e alla corruzione, i Puffi trionfano sempre. “Vincono perché fanno squadra, mentre Gargamella impersona l’individuo assoluto contemporaneo, che vicino ha solo un gatto infido”.
“Schtroumpf” in fiammingo, “Smurfs” in inglese, “Barrufets” in catalano: in 50 anni di vita i Puffi sono stati tradotti in 25 lingue diverse, arabo compreso. Inventori di un linguaggio nuovo (“puffiamo?”), hanno trasformato l’amanita muscaria in un rifugio sicuro e il loro colore cianotico nell’inimitabile “blu puffo”.Disegnati nel 1958 dal fumettista belga Pierre Culliford, detto Peyo, sono diventati icona pop dopo la serie animata prodotta da Hanna & Barbera, studiati persino dagli antropologi. Creature sataniche, reincarnazioni dei saggi della Nuova Atlantide di Bacon, specchio di un kolchoz comunista, con l’inno dell’Urss camuffato dal tipico canticchiare “ la la lala lala la lalalala”. Umberto Eco nel 1979 scriveva per “Alfabeta” il saggio Schtroumpf und Drang, dove definiva le storie dei Puffi “deliziose, piene di humour, quasi educative”. Nel 2005 lo studioso di scintoismo Antonio Soro pubblicava il libro “I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria”, sostenendo la teoria della comunità massonica. “È stato un fenomeno pensato per bambini che ha immediatamente catturato l’interesse degli adulti”, dice il sociologo Massimo Introvigne, che del libro di Soro ha firmato la prefazione. “Su quella comunità coesa si sono interrogati studiosi alle prese con la frammentazione della società moderna. Ma la teoria massonica è divertissment intellettuale, poiché i Puffi sono nati da una scuola di fumettisti belgi cattolici”.Valore estetico e rimandi con le degenerazioni della società contemporanea: i due elementi hanno decretato il successo mondiale del personaggio di Peyo. “Lo stile è quello della ligne claire: tratto limpido e netto, con uno sfondo molto curato. Nell’epoca dei manga giapponesi creati al computer, i Puffi introducevano un senso estetico che anche i bambini sapevano riconoscere”, dice Introvigne. Il villaggio dove tutto scorre tranquillo, eccezione fatta per le incursioni dello stregone Gargamella; le mansioni affidate e tramandate senza lotte di potere; la comunità governata da un vecchio saggio; il rispetto per le minoranze, rappresentate da Puffetta. “Tutti questi elementi hanno avuto grande presa sociale, soprattutto nel momento di anomia determinata dal passaggio dalla società tradizionale a quella individuale. Dopo il 1968 si è passati ad una forma di società a coriandoli, con individui consapevoli dei propri diritti ma incapaci di sviluppare un senso di comunità. I Puffi hanno rappresentato un passato mitologico, un modello di civiltà parrocchiale di cui si aveva grande nostalgia, ma che era impossibile ricreare. Oggi i Simpson hanno lo stesso valore di denuncia sociale, ma funzionano al contrario: il villaggio è quello disfunzionale contemporaneo, con tutte le sue schizofrenie”. Mentre la famiglia americana di Matt Groening soccombe alla politica e alla corruzione, i Puffi trionfano sempre. “Vincono perché fanno squadra, mentre Gargamella impersona l’individuo assoluto contemporaneo, che vicino ha solo un gatto infido”.
Europa, come è pericoloso essere concepiti
di Guglielmo Piombini
Il consumo di contraccettivi a livello industriale e l’aborto di massa danno la misura di quanto la società moderna si sia scristianizzata e allontanata dagli insegnamenti biblici. Nel libro della Genesi la prima cosa che Dio dice all’uomo e alla donna, dopo averli creati, è di avere figli: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra». La procreazione e la fertilità umana sono così centrali nella narrazione biblica, da formare le basi del patto di Dio con Israele: «La mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli, e ti renderò fecondo, molto fecondo», dice Dio ad Abramo. Il Salmo 126 annuncia: «dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo». In generale l’Antico Testamento vede la mancanza di figli come la peggiore delle disgrazie e condanna duramente il sesso non procreativo, come nell’episodio di Onan.
Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, dà prova di un atteggiamento assai raro nel mondo antico, elogiando lo spirito meraviglioso dei bambini: «Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva».
Mentre la Bibbia non fa che celebrare la discendenza numerosa, la mentalità prevalente nell’attuale Occidente secolarizzato vede nei figli, più che una benedizione, un peso insopportabile da evitare con ogni mezzo. Questa visione avversa alla procreazione ha trovato una compiuta espressione nel libro della scrittrice francese Corinne Maier, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli (p. 148, € 13,50), appena pubblicato dalla casa editrice Bompiani sull’onda del successo di critica ricevuto all’estero, dove è stato adottato come manifesto dal child-free, il movimento di liberazione dai figli.
Gli argomenti contro i bambini della Maier, che oltretutto è madre “degenere” di due figli, rappresentano in realtà un perfetto distillato di quella “cultura della morte” infarcita di edonismo, materialismo e mathusianesimo che, nelle parole di Benedetto XVI, sta conducendo la civiltà europea al “congedo dalla storia”. La popolarità del libro della Maier spiega infatti, meglio di ogni indagine economica o sociologica, le ragioni culturali che stanno alla base della grave decadenza demografica della civiltà europea.
Agli inizi del Novecento l’Europa costituiva oltre il 20 per cento della popolazione mondiale, ma alla metà del XXI secolo si ridurrà a un misero 7 per cento. Le proiezioni demografiche sull’Europa dei prossimi decenni prospettano un futuro drammatico, nel quale pochissimi giovani europei in età produttiva e riproduttiva dovranno mantenere un numero esorbitante di anziani, e contemporaneamente vedersela con masse crescenti e bellicose di immigrati musulmani.
Anche coloro che non vedono la denatalità come un problema morale dovrebbero considerarla un’emergenza sociale, dato che non esiste problema che i paesi europei si trovino oggi ad affrontare (dalla bancarotta dello stato sociale alla stagnazione economica, dall’invecchiamento della società all’invasione immigratoria) che non abbia come causa l’immensa mancanza di giovani e di bambini. Tuttavia, invece di correre ai ripari, i responsabili culturali della catastrofe che si va materializzando davanti a noi continuano imperterriti a predicare e a diffondere l’ideologia antinatalista. Dato che l’Italia detiene quasi il record mondiale di denatalità, la pubblicazione di un libro in cui si esortano le donne italiane a non fare figli appare quindi, in primo luogo, come un’operazione di cattivo gusto.
In realtà vi sono molte analogie tra la mentalità antinatalista di oggi e quella dell’epoca precristiana. Per un bambino essere concepito nella Grecia o nella Roma classica era estremamente pericoloso, proprio come lo è oggi nell’Occidente secolarizzato e neopagano, dove l’aborto è diventato la prima causa di morte. In tutte le società antiche, infatti, l’abbandono dei neonati, l’infanticidio, l’aborto e perfino i sacrifici rituali di bambini (ad esempio tra i cananei e i cartaginesi) erano largamente diffusi. A causa di queste pratiche, le famiglie numerose erano molto rare nella società greco-romana. Intorno al 140 a.C. lo storico greco Polibio si lamentava che «nel nostro tempo tutta la Grecia ha conosciuto una scarsità di bambini e una generale decadenza della popolazione… perché la passione per gli spettacoli, per il denaro e per i piaceri di una vita oziosa ha pervertito i nostri uomini». Spesso le prime vittime della cultura antinatalista erano le bambine. Nell’antica Grecia era un fatto raro, persino tra le famiglie più ricche, allevare più di una figlia. Un’iscrizione del secondo secolo d.C trovata a Delfi rivela che, su un campione di seicento famiglie, solo una su cento aveva due figlie.
L’orientamento fortemente favorevole alla famiglia e ai figli degli ebrei e dei cristiani, invece, li distingueva nettamente dalle altre popolazioni antiche. Non a caso lo storico romano Tacito deprecava gli ebrei per la loro singolare opposizione all’infanticidio: «Tra di loro è un crimine uccidere un neonato, ed è strana la passione con cui propagano la loro razza».
I cristiani non solo avevano famiglie più numerose, ma spesso adottavano i bambini abbandonati. Anche grazie a questo vantaggio demografico a poco a poco i cristiani soppiantarono i pagani nell’impero romano. L’avvento di Gesù Cristo segnò dunque “il trionfo degli innocenti”, cioè dei bambini da sempre disprezzati, maltrattati, respinti o eliminati. Al contrario, il consenso di cui godono oggi le idee di Corinne Maier danno il segno dell’imbarbarimento in cui è precipitato l’Occidente moderno che ha voltato le spalle alla propria tradizione morale e religiosa.
Il consumo di contraccettivi a livello industriale e l’aborto di massa danno la misura di quanto la società moderna si sia scristianizzata e allontanata dagli insegnamenti biblici. Nel libro della Genesi la prima cosa che Dio dice all’uomo e alla donna, dopo averli creati, è di avere figli: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra». La procreazione e la fertilità umana sono così centrali nella narrazione biblica, da formare le basi del patto di Dio con Israele: «La mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli, e ti renderò fecondo, molto fecondo», dice Dio ad Abramo. Il Salmo 126 annuncia: «dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo». In generale l’Antico Testamento vede la mancanza di figli come la peggiore delle disgrazie e condanna duramente il sesso non procreativo, come nell’episodio di Onan.
Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, dà prova di un atteggiamento assai raro nel mondo antico, elogiando lo spirito meraviglioso dei bambini: «Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva».
Mentre la Bibbia non fa che celebrare la discendenza numerosa, la mentalità prevalente nell’attuale Occidente secolarizzato vede nei figli, più che una benedizione, un peso insopportabile da evitare con ogni mezzo. Questa visione avversa alla procreazione ha trovato una compiuta espressione nel libro della scrittrice francese Corinne Maier, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli (p. 148, € 13,50), appena pubblicato dalla casa editrice Bompiani sull’onda del successo di critica ricevuto all’estero, dove è stato adottato come manifesto dal child-free, il movimento di liberazione dai figli.
Gli argomenti contro i bambini della Maier, che oltretutto è madre “degenere” di due figli, rappresentano in realtà un perfetto distillato di quella “cultura della morte” infarcita di edonismo, materialismo e mathusianesimo che, nelle parole di Benedetto XVI, sta conducendo la civiltà europea al “congedo dalla storia”. La popolarità del libro della Maier spiega infatti, meglio di ogni indagine economica o sociologica, le ragioni culturali che stanno alla base della grave decadenza demografica della civiltà europea.
Agli inizi del Novecento l’Europa costituiva oltre il 20 per cento della popolazione mondiale, ma alla metà del XXI secolo si ridurrà a un misero 7 per cento. Le proiezioni demografiche sull’Europa dei prossimi decenni prospettano un futuro drammatico, nel quale pochissimi giovani europei in età produttiva e riproduttiva dovranno mantenere un numero esorbitante di anziani, e contemporaneamente vedersela con masse crescenti e bellicose di immigrati musulmani.
Anche coloro che non vedono la denatalità come un problema morale dovrebbero considerarla un’emergenza sociale, dato che non esiste problema che i paesi europei si trovino oggi ad affrontare (dalla bancarotta dello stato sociale alla stagnazione economica, dall’invecchiamento della società all’invasione immigratoria) che non abbia come causa l’immensa mancanza di giovani e di bambini. Tuttavia, invece di correre ai ripari, i responsabili culturali della catastrofe che si va materializzando davanti a noi continuano imperterriti a predicare e a diffondere l’ideologia antinatalista. Dato che l’Italia detiene quasi il record mondiale di denatalità, la pubblicazione di un libro in cui si esortano le donne italiane a non fare figli appare quindi, in primo luogo, come un’operazione di cattivo gusto.
In realtà vi sono molte analogie tra la mentalità antinatalista di oggi e quella dell’epoca precristiana. Per un bambino essere concepito nella Grecia o nella Roma classica era estremamente pericoloso, proprio come lo è oggi nell’Occidente secolarizzato e neopagano, dove l’aborto è diventato la prima causa di morte. In tutte le società antiche, infatti, l’abbandono dei neonati, l’infanticidio, l’aborto e perfino i sacrifici rituali di bambini (ad esempio tra i cananei e i cartaginesi) erano largamente diffusi. A causa di queste pratiche, le famiglie numerose erano molto rare nella società greco-romana. Intorno al 140 a.C. lo storico greco Polibio si lamentava che «nel nostro tempo tutta la Grecia ha conosciuto una scarsità di bambini e una generale decadenza della popolazione… perché la passione per gli spettacoli, per il denaro e per i piaceri di una vita oziosa ha pervertito i nostri uomini». Spesso le prime vittime della cultura antinatalista erano le bambine. Nell’antica Grecia era un fatto raro, persino tra le famiglie più ricche, allevare più di una figlia. Un’iscrizione del secondo secolo d.C trovata a Delfi rivela che, su un campione di seicento famiglie, solo una su cento aveva due figlie.
L’orientamento fortemente favorevole alla famiglia e ai figli degli ebrei e dei cristiani, invece, li distingueva nettamente dalle altre popolazioni antiche. Non a caso lo storico romano Tacito deprecava gli ebrei per la loro singolare opposizione all’infanticidio: «Tra di loro è un crimine uccidere un neonato, ed è strana la passione con cui propagano la loro razza».
I cristiani non solo avevano famiglie più numerose, ma spesso adottavano i bambini abbandonati. Anche grazie a questo vantaggio demografico a poco a poco i cristiani soppiantarono i pagani nell’impero romano. L’avvento di Gesù Cristo segnò dunque “il trionfo degli innocenti”, cioè dei bambini da sempre disprezzati, maltrattati, respinti o eliminati. Al contrario, il consenso di cui godono oggi le idee di Corinne Maier danno il segno dell’imbarbarimento in cui è precipitato l’Occidente moderno che ha voltato le spalle alla propria tradizione morale e religiosa.
giovedì 15 maggio 2008
Crisi alimentare, qualcuno ci guadagna
di Ettore Gotti Tedeschi
La Fao — l'organismo delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura — ha spiegato l'attuale «emergenza fame» citando cause strutturali dovute alle errate politiche di sviluppo adottate dai Paesi ricchi. Ma quali soluzioni possono essere proposte dopo anni di errori?
Molti economisti affermano che la globalizzazione ha avuto effetti positivi in alcuni Paesi che hanno saputo aprire con prudenza i propri mercati attraendo gli investimenti, tenendo fuori la speculazione finanziaria ed esercitando una politica molto rigida di controllo delle nascite, mentre ha avuto effetti negativi su Paesi — soprattutto in Africa — dove la crescita della popolazione è stata superiore alla crescita economica e dove quindi non conviene investire.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso alcuni organismiinternazionali avevano proposto analisi e avanzato previsioni catastrofiche sul problema della crescita demografica incontrollata e della fame nel mondo. Anche allora la fame dei Paesi poveri creò allarme, ma la soluzione proposta dal pensiero dominante fu neomalthusiana: bisognava cioè frenare la crescita della popolazione.
Si ignorarono invece le proposte fatte da prestigiosi esperti ed economisti — come Colin Clark, l'ideatore del concetto di prodotto interno lordo — secondo i quali la produzione mondiale di cibo poteva soddisfare non 6, ma ben 36 miliardi di abitanti. E ciò attraverso l'uso razionale — con sistemi intensivi e ridotti, anziché estensivi o collettivistici — delle colture e grazie alla sconfinata capacità produttiva del mercato. Già allora era chiarissimo che il problema della fame non era economico o ecologico, bensìpolitico, e legato al timore della crescita demografica dei Paesi piùpoveri, la cui popolazione doveva essere limitata nel numero piuttosto che sostenuta e sfamata non in modo assistenzialistico ma con cambiamenti strutturali a favore dello sviluppo interno.
Dopo trent'anni il problema si è addirittura accentuato. Secondo alcuni l'aumento dei prezzi dei cereali sarebbe dovuto alla crescita di domanda nei Paesi emergenti più popolosi, alla produzione dei biocarburanti, alle variazioni climatiche, ai sussidi economici garantiti alla produzione nei Paesi ricchi. La crisi sarebbe cioè dovuta alla dinamica di domanda e offerta del mercato influenzato dai Governi occidentali e dal loro miope egoismo.
In realtà le cose non stanno esattamente così. Il prezzo dei beni alimentari — le cosiddette commodity verdi — si direbbe piuttosto influenzato da fenomeni speculativi avviati da investitori internazionali che, abbandonati i prodotti finanziari senza più margine di profitto, hanno concentrato il loro interesse sulle commodity, cioè su petrolio e alimentari.
Secondo alcuni operatori specializzati, quasi il 70 per cento delletransazioni che hanno fatto crescere i prezzi del cibo sono finanziarie. Si è cioè «finanziarizzato» il bene agricolo creando un'altra bolla speculativa che potrebbe esplodere fra alcuni mesi, come già è avvenuto per il settore immobiliare. I prezzi dei prodotti agricoli nel mondo sono quindi decisi nelle Borse. Solo per una parte più marginale — anche se non trascurabile — la loro crescita è dovuta alla maggiore richiesta, ai biocarburanti e agli interventi pubblici.
Sarebbe però delittuoso permettere che le turbative speculative minaccino la sicurezza alimentare. Per evitare che ciò avvenga bisognerebbe regolamentare subito l'uso degli strumenti finanziari sulle commodity verdi. Sarebbe poi necessario disciplinare le politiche dei dazi sui prodotti alimentari provenienti dai Paesi in via di sviluppo, sostenendovi sistemi agricoli piccoli e intensivi. Sarebbe inoltre utile sostenere le produzioni agricole che utilizzano le biotecnologie vegetali, con un minore uso di acqua, concimi chimici e pesticidi.
Si garantirebbe così produttività a basso costo, favorendo la capacità di esportazione dei Paesi più poveri e soddisfacendo il loro bisogno interno.
La Fao — l'organismo delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura — ha spiegato l'attuale «emergenza fame» citando cause strutturali dovute alle errate politiche di sviluppo adottate dai Paesi ricchi. Ma quali soluzioni possono essere proposte dopo anni di errori?
Molti economisti affermano che la globalizzazione ha avuto effetti positivi in alcuni Paesi che hanno saputo aprire con prudenza i propri mercati attraendo gli investimenti, tenendo fuori la speculazione finanziaria ed esercitando una politica molto rigida di controllo delle nascite, mentre ha avuto effetti negativi su Paesi — soprattutto in Africa — dove la crescita della popolazione è stata superiore alla crescita economica e dove quindi non conviene investire.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso alcuni organismiinternazionali avevano proposto analisi e avanzato previsioni catastrofiche sul problema della crescita demografica incontrollata e della fame nel mondo. Anche allora la fame dei Paesi poveri creò allarme, ma la soluzione proposta dal pensiero dominante fu neomalthusiana: bisognava cioè frenare la crescita della popolazione.
Si ignorarono invece le proposte fatte da prestigiosi esperti ed economisti — come Colin Clark, l'ideatore del concetto di prodotto interno lordo — secondo i quali la produzione mondiale di cibo poteva soddisfare non 6, ma ben 36 miliardi di abitanti. E ciò attraverso l'uso razionale — con sistemi intensivi e ridotti, anziché estensivi o collettivistici — delle colture e grazie alla sconfinata capacità produttiva del mercato. Già allora era chiarissimo che il problema della fame non era economico o ecologico, bensìpolitico, e legato al timore della crescita demografica dei Paesi piùpoveri, la cui popolazione doveva essere limitata nel numero piuttosto che sostenuta e sfamata non in modo assistenzialistico ma con cambiamenti strutturali a favore dello sviluppo interno.
Dopo trent'anni il problema si è addirittura accentuato. Secondo alcuni l'aumento dei prezzi dei cereali sarebbe dovuto alla crescita di domanda nei Paesi emergenti più popolosi, alla produzione dei biocarburanti, alle variazioni climatiche, ai sussidi economici garantiti alla produzione nei Paesi ricchi. La crisi sarebbe cioè dovuta alla dinamica di domanda e offerta del mercato influenzato dai Governi occidentali e dal loro miope egoismo.
In realtà le cose non stanno esattamente così. Il prezzo dei beni alimentari — le cosiddette commodity verdi — si direbbe piuttosto influenzato da fenomeni speculativi avviati da investitori internazionali che, abbandonati i prodotti finanziari senza più margine di profitto, hanno concentrato il loro interesse sulle commodity, cioè su petrolio e alimentari.
Secondo alcuni operatori specializzati, quasi il 70 per cento delletransazioni che hanno fatto crescere i prezzi del cibo sono finanziarie. Si è cioè «finanziarizzato» il bene agricolo creando un'altra bolla speculativa che potrebbe esplodere fra alcuni mesi, come già è avvenuto per il settore immobiliare. I prezzi dei prodotti agricoli nel mondo sono quindi decisi nelle Borse. Solo per una parte più marginale — anche se non trascurabile — la loro crescita è dovuta alla maggiore richiesta, ai biocarburanti e agli interventi pubblici.
Sarebbe però delittuoso permettere che le turbative speculative minaccino la sicurezza alimentare. Per evitare che ciò avvenga bisognerebbe regolamentare subito l'uso degli strumenti finanziari sulle commodity verdi. Sarebbe poi necessario disciplinare le politiche dei dazi sui prodotti alimentari provenienti dai Paesi in via di sviluppo, sostenendovi sistemi agricoli piccoli e intensivi. Sarebbe inoltre utile sostenere le produzioni agricole che utilizzano le biotecnologie vegetali, con un minore uso di acqua, concimi chimici e pesticidi.
Si garantirebbe così produttività a basso costo, favorendo la capacità di esportazione dei Paesi più poveri e soddisfacendo il loro bisogno interno.
Famiglia, il grande tradimento dell'ONU
di Riccardo Cascioli
“La più ampia protezione e assistenza possibile alla famiglia” per rafforzare il tessuto sociale. E’ con questa motivazione che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso con la risoluzione 47/237 del 20 settembre 1993 di istituire una annuale Giornata Internazionale della Famiglia da celebrarsi il 15 maggio a partire dal 1994.
La Giornata partiva così nell’Anno Internazionale della Famiglia – cui si riferiva la citata risoluzione - come parte delle iniziative dell’Onu per mettere al centro delle politiche sociali di tutti i Paesi quell’istituto che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani pone come “cellula fondamentale della società”. Non a caso nella stessa risoluzione si fa più volte riferimento ai diritti umani e alla Carta delle Nazioni Unite di cui si sarebbe celebrato di lì a poco lo storico 50esimo anniversario. Da allora sono passati 15 anni, quindici giornate internazionali della famiglia ognuna con un tema originale (quest’anno l’Onu si concentra sulla figura dei padri), poi un’altra grande celebrazione nel 2004, decimo anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia.
Eppure, malgrado la diffusa consapevolezza degli Stati membri sull’importanza di politiche a sostegno della famiglia, la Giornata Internazionale passa sempre sostanzialmente sotto silenzio, anche alle Nazioni Unite. “La spiegazione fondamentale sta nel fatto che i burocrati che gestiscono l’Onu e decidono in materia sono generalmente ostili alla concezione tradizionale della famiglia”, afferma Austine Ruse, presidente del Catholic Family and Human Rights Institute (C-Fam), una Organizzazione Non Governativa (Ong) pro-family che opera all’interno del sistema delle Nazioni Unite: “L’ala radicale che domina le strutture dell’Onu – prosegue Ruse -, con i propri sostenitori nelle Ong e nei governi nazionali, vede la famiglia come una forma di soffocante patriarcato che impedisce la libertà. La famiglia è il nemico. Lo dimostra il fatto che proprio mentre si celebrava l’Anno della Famiglia è stato chiuso all’Onu l’ufficio che doveva occuparsi proprio del sostegno alla famiglia”.
Le due “anime” dell’Onu sono emerse fin dall’origine. Non a caso proprio nell’Anno Internazionale della Famiglia, nel 1994, alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (Icpd) svoltasi al Cairo, per dieci giorni si è assistito a una battaglia furiosa scatenata dalle lobby che volevano sostituire nel testo finale la parola “famiglia” con “famiglie”. In questo modo si voleva introdurre in un documento internazionale l’equiparazione alla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna ogni forma di legame: unioni di fatto, coppie omosessuali, rapporti poliamorosi o poligamici. Alla fine venne fuori una espressione di compromesso, “La famiglia nelle sue varie forme”, dove veniva salvata l’unicità della famiglia naturale pur riconoscendo l’esistenza di non meglio specificate peculiarità legate alla cultura e alle tradizioni locali.
Tale formula è stata poi riconfermata in tutti i documenti ufficiali dell’Onu, ma la battaglia non è finita lì e ciò che non è stato possibile affermare in linea di principio si cerca di realizzarlo di fatto. “Praticamente tutto ciò che fa l’Onu in materia di politica sociale – dice ancora Austin Ruse – costituisce una minaccia potenziale per la famiglia. Basti pensare alla forte pressione – talvolta coercitiva – per indurre i Paesi a ridurre i tassi di fertilità. E’ un attacco al cuore della vita della famiglia, che è il baluardo contro perniciose influenze esterne. Come può un burocrate che risiede nella First Avenue di New York sapere quanti figli debba avere una famiglia che vive nel Botswana?”.
Peraltro si cerca di rendere comune e accettabile il termine famiglie in modo subdolo, ovvero usando sempre più spesso l’espressione “famiglie” in documenti informali o di presentazione delle iniziative. Ad esempio il tema scelto per la Giornata del prossimo 15 maggio è “Padri e famiglie: responsabilità e sfide”. Ma l’esempio più clamoroso lo si trova nel sito ufficiale delle Nazioni Unite dedicato alla Giornata: sebbene tutte le risoluzioni dell’Assemblea Generale facciano esplicito riferimento alla Giornata e all’Anno Internazionale della Famiglia, il sito è dedicato alla Giornata Internazionale delle Famiglie.
Non sembri una questione di poco conto: all’Onu è normale che si combatta aspramente su ogni parola o concetto, perché i documenti internazionali sono spesso usati per “rovesciare” le legislazioni nazionali, e se anche nei testi ufficiali si affermassero le “famiglie” sarebbe la fine per la “famiglia”.
“La più ampia protezione e assistenza possibile alla famiglia” per rafforzare il tessuto sociale. E’ con questa motivazione che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso con la risoluzione 47/237 del 20 settembre 1993 di istituire una annuale Giornata Internazionale della Famiglia da celebrarsi il 15 maggio a partire dal 1994.
La Giornata partiva così nell’Anno Internazionale della Famiglia – cui si riferiva la citata risoluzione - come parte delle iniziative dell’Onu per mettere al centro delle politiche sociali di tutti i Paesi quell’istituto che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani pone come “cellula fondamentale della società”. Non a caso nella stessa risoluzione si fa più volte riferimento ai diritti umani e alla Carta delle Nazioni Unite di cui si sarebbe celebrato di lì a poco lo storico 50esimo anniversario. Da allora sono passati 15 anni, quindici giornate internazionali della famiglia ognuna con un tema originale (quest’anno l’Onu si concentra sulla figura dei padri), poi un’altra grande celebrazione nel 2004, decimo anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia.
Eppure, malgrado la diffusa consapevolezza degli Stati membri sull’importanza di politiche a sostegno della famiglia, la Giornata Internazionale passa sempre sostanzialmente sotto silenzio, anche alle Nazioni Unite. “La spiegazione fondamentale sta nel fatto che i burocrati che gestiscono l’Onu e decidono in materia sono generalmente ostili alla concezione tradizionale della famiglia”, afferma Austine Ruse, presidente del Catholic Family and Human Rights Institute (C-Fam), una Organizzazione Non Governativa (Ong) pro-family che opera all’interno del sistema delle Nazioni Unite: “L’ala radicale che domina le strutture dell’Onu – prosegue Ruse -, con i propri sostenitori nelle Ong e nei governi nazionali, vede la famiglia come una forma di soffocante patriarcato che impedisce la libertà. La famiglia è il nemico. Lo dimostra il fatto che proprio mentre si celebrava l’Anno della Famiglia è stato chiuso all’Onu l’ufficio che doveva occuparsi proprio del sostegno alla famiglia”.
Le due “anime” dell’Onu sono emerse fin dall’origine. Non a caso proprio nell’Anno Internazionale della Famiglia, nel 1994, alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (Icpd) svoltasi al Cairo, per dieci giorni si è assistito a una battaglia furiosa scatenata dalle lobby che volevano sostituire nel testo finale la parola “famiglia” con “famiglie”. In questo modo si voleva introdurre in un documento internazionale l’equiparazione alla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna ogni forma di legame: unioni di fatto, coppie omosessuali, rapporti poliamorosi o poligamici. Alla fine venne fuori una espressione di compromesso, “La famiglia nelle sue varie forme”, dove veniva salvata l’unicità della famiglia naturale pur riconoscendo l’esistenza di non meglio specificate peculiarità legate alla cultura e alle tradizioni locali.
Tale formula è stata poi riconfermata in tutti i documenti ufficiali dell’Onu, ma la battaglia non è finita lì e ciò che non è stato possibile affermare in linea di principio si cerca di realizzarlo di fatto. “Praticamente tutto ciò che fa l’Onu in materia di politica sociale – dice ancora Austin Ruse – costituisce una minaccia potenziale per la famiglia. Basti pensare alla forte pressione – talvolta coercitiva – per indurre i Paesi a ridurre i tassi di fertilità. E’ un attacco al cuore della vita della famiglia, che è il baluardo contro perniciose influenze esterne. Come può un burocrate che risiede nella First Avenue di New York sapere quanti figli debba avere una famiglia che vive nel Botswana?”.
Peraltro si cerca di rendere comune e accettabile il termine famiglie in modo subdolo, ovvero usando sempre più spesso l’espressione “famiglie” in documenti informali o di presentazione delle iniziative. Ad esempio il tema scelto per la Giornata del prossimo 15 maggio è “Padri e famiglie: responsabilità e sfide”. Ma l’esempio più clamoroso lo si trova nel sito ufficiale delle Nazioni Unite dedicato alla Giornata: sebbene tutte le risoluzioni dell’Assemblea Generale facciano esplicito riferimento alla Giornata e all’Anno Internazionale della Famiglia, il sito è dedicato alla Giornata Internazionale delle Famiglie.
Non sembri una questione di poco conto: all’Onu è normale che si combatta aspramente su ogni parola o concetto, perché i documenti internazionali sono spesso usati per “rovesciare” le legislazioni nazionali, e se anche nei testi ufficiali si affermassero le “famiglie” sarebbe la fine per la “famiglia”.
martedì 13 maggio 2008
Un secolo contro Dio
Ernesto GALLI DELLA LOGGIA
tratto da: Corriere della Sera, 14.5.2000
Ancora una volta nel corso di questo pontificato l'involucro del nuovo per antonomasia, la televisione, è stato chiamato a dare eco subitanea, smisurata e universale, alle profondità di quanto è di più antico. In onda da Fatima, sui teleschermi del mondo, infatti, ha ieri preso forma e vita, c'è stata restituita nelle parole del cardinale Sodano e in un gesto muto del Papa, la dimensione per noi quasi perduta della profezia, cioè di uno dei nuclei più misteriosi e arcaici di ogni prospettiva religiosa.La profezia svolge per l'uomo di fede il compito che l'utopia si è riservata nell'ambito del mondo laico, ma con ben altra forza emotiva. E' l'evocazione di una verità "altra", un disvelamento più o meno indiretto di ciò che è stato, sarà o potrebbe essere, è una spiegazione del mondo e un invito a cambiarlo, come è anche l'utopia. Ma con una differenza essenziale: mentre questa è opera di dotti, al profezia invece si affida per lo più alla voce flebile ma alta e straziante degli ultimi, degli innocenti, dei reietti.C'è qualcos'altro che vale a definire, pur in una forte assonanza, una sostanziale diversità tra le due, ed è che mentre l'utopia colta dei laici inevitabilmente è sempre l'annuncio del bene, vuole esserlo e in ciò pone il suo senso e il suo valore, la profezia invece comprende anche l'annuncio del Male. E' la profezia del Regno ma insieme anche la profezia dell'Anticristo. E la rappresentazione - quanto più vera dunque e drammaticamente umana - dell'agone in cui è iscritta la nostra esistenza.Quello che ieri c'è stato svelato come il terzo segreto di Fatima è riassumibile precisamente nella lotta tra la Profezia religiosa e l'Utopia dei colti che ha avuto come teatro la storia del Novecento. Come del resto già in parte si sapeva, tutte le rivelazioni dei tre pastorelli portoghesi che nel 1917 dissero di avere incontrato "la Signora", riguardano infatti le vicende di questo secolo, e la "lotta dei sistemi atei" contro il popolo cristiano e i suoi pastori.Chi vorrà negare, oggi, che quella lotta ci sia effettivamente stata? E che a condurla con crudeltà smisurata sia stata innanzi tutto l'utopia comunista? Non bastassero le migliaia e migliaia di morti disseminate da Varsavia ad Hanoi, ne è testimonianza del resto la stessa persona di Giovanni Paolo II, vittima, 19 anni fa, di un attentato quasi certamente organizzato da uno di quei regimi.Ma non è solo il comunismo, a me pare, che viene oggi chiamato a rispondere. In realtà, in ogni progetto di ateismo militante, in ogni utopia pan-umanistica, si è annidata una potenzialità persecutoria e alla fine inevitabilmente omicida. Fino a prova contraria, a concepire un Messico senza Dio, e a dare una caccia spietata ai sacerdoti cattolici e ai contadini cristeros, non sono stati certo i comunisti, bensì dei borghesi dall'immacolato pedigree liberal-massonico.Così come atei militanti, addirittura adoratori pagani della divinità del sangue, sono stati anche i nazisti. Non per un cieco riflesso di "politicamente corretto", ma solo per debito di verità a noi piace pensare che "l'interminabile Via Crucis", di cui ieri ha detto il cardinal Sodano, sia toccata nell'Europa del Novecento agli uomini e alle donne di molte fedi nel Dio unico, a cominciare dalla più antica di esse, quella nel Dio di Abramo.Nei Paesi dell'Europa cristiana, dopo duemila anni di cristianesimo, il secolo alle nostre spalle ha assistito al più spaventoso, ampio e multiforme attacco ai fondamenti morali del monoteismo che sono anche i nostri. E questo il vero e proprio buco nero entro il quale la nostra coscienza storica è obbligata dalla profezia di Fatima a fissare oggi lo sguardo.
tratto da: Corriere della Sera, 14.5.2000
Ancora una volta nel corso di questo pontificato l'involucro del nuovo per antonomasia, la televisione, è stato chiamato a dare eco subitanea, smisurata e universale, alle profondità di quanto è di più antico. In onda da Fatima, sui teleschermi del mondo, infatti, ha ieri preso forma e vita, c'è stata restituita nelle parole del cardinale Sodano e in un gesto muto del Papa, la dimensione per noi quasi perduta della profezia, cioè di uno dei nuclei più misteriosi e arcaici di ogni prospettiva religiosa.La profezia svolge per l'uomo di fede il compito che l'utopia si è riservata nell'ambito del mondo laico, ma con ben altra forza emotiva. E' l'evocazione di una verità "altra", un disvelamento più o meno indiretto di ciò che è stato, sarà o potrebbe essere, è una spiegazione del mondo e un invito a cambiarlo, come è anche l'utopia. Ma con una differenza essenziale: mentre questa è opera di dotti, al profezia invece si affida per lo più alla voce flebile ma alta e straziante degli ultimi, degli innocenti, dei reietti.C'è qualcos'altro che vale a definire, pur in una forte assonanza, una sostanziale diversità tra le due, ed è che mentre l'utopia colta dei laici inevitabilmente è sempre l'annuncio del bene, vuole esserlo e in ciò pone il suo senso e il suo valore, la profezia invece comprende anche l'annuncio del Male. E' la profezia del Regno ma insieme anche la profezia dell'Anticristo. E la rappresentazione - quanto più vera dunque e drammaticamente umana - dell'agone in cui è iscritta la nostra esistenza.Quello che ieri c'è stato svelato come il terzo segreto di Fatima è riassumibile precisamente nella lotta tra la Profezia religiosa e l'Utopia dei colti che ha avuto come teatro la storia del Novecento. Come del resto già in parte si sapeva, tutte le rivelazioni dei tre pastorelli portoghesi che nel 1917 dissero di avere incontrato "la Signora", riguardano infatti le vicende di questo secolo, e la "lotta dei sistemi atei" contro il popolo cristiano e i suoi pastori.Chi vorrà negare, oggi, che quella lotta ci sia effettivamente stata? E che a condurla con crudeltà smisurata sia stata innanzi tutto l'utopia comunista? Non bastassero le migliaia e migliaia di morti disseminate da Varsavia ad Hanoi, ne è testimonianza del resto la stessa persona di Giovanni Paolo II, vittima, 19 anni fa, di un attentato quasi certamente organizzato da uno di quei regimi.Ma non è solo il comunismo, a me pare, che viene oggi chiamato a rispondere. In realtà, in ogni progetto di ateismo militante, in ogni utopia pan-umanistica, si è annidata una potenzialità persecutoria e alla fine inevitabilmente omicida. Fino a prova contraria, a concepire un Messico senza Dio, e a dare una caccia spietata ai sacerdoti cattolici e ai contadini cristeros, non sono stati certo i comunisti, bensì dei borghesi dall'immacolato pedigree liberal-massonico.Così come atei militanti, addirittura adoratori pagani della divinità del sangue, sono stati anche i nazisti. Non per un cieco riflesso di "politicamente corretto", ma solo per debito di verità a noi piace pensare che "l'interminabile Via Crucis", di cui ieri ha detto il cardinal Sodano, sia toccata nell'Europa del Novecento agli uomini e alle donne di molte fedi nel Dio unico, a cominciare dalla più antica di esse, quella nel Dio di Abramo.Nei Paesi dell'Europa cristiana, dopo duemila anni di cristianesimo, il secolo alle nostre spalle ha assistito al più spaventoso, ampio e multiforme attacco ai fondamenti morali del monoteismo che sono anche i nostri. E questo il vero e proprio buco nero entro il quale la nostra coscienza storica è obbligata dalla profezia di Fatima a fissare oggi lo sguardo.
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